L’ultimo falegname chiude bottega ma non si arrende

La passione non è scemata. All’artigiano è rimasto il gusto «di quando si lavorava a mano»

Con il pensionamento di mastro Franco, classe 1942, ha chiuso i battenti ad Accettura la storica falegnameria Labbate, situata proprio nella centrale piazza del Popolo. «È stato mio nonno Angelo – racconta con orgoglio mastro Franco – ad aprire bottega proprio in questo locale, agli inizi del 1900. Non aveva ancora vent’anni. La madre, rimasta vedova giovanissima, aveva voluto per quel figlio unico un salto di qualità, interrompendo la secolare tradizione della sua famiglia, i Chiariello, maestri barilai di origini lauriote. Così lo mise a bottega dai Miraglia, non solo provetti mastri d’ascia, ma anch’essi profughi da Lauria, dopo che la cittadina nell’agosto del 1806 fu messa a ferro e a fuoco dal generale francese Massena.
Comincia così la storia dei Labbate falegnami; dopo mio nonno, mio padre Giuseppe e i miei zii Berardino e Biagio. Poi sono venuto io a chiudere il cerchio».
Se per la burocrazia l’attività artigianale è cessata, non si è affievolita la passione di mastro Francesco, che ha esercitato per circa 40 anni, lavorando inizialmente di braccia e gomito con seghe e pialle e dotandosi delle novità tecnologiche non appena apparivano sul mercato. Ma gli è rimasto il gusto «di quando si lavorava a mano», come ama ripetere. Quando nelle campagne si cercavano i castagni e i noci più belli per ricavarne infissi esterni e comò per le giovani spose, affidandosi a progetti elaborati dalla fantasia.
Chiuso il laboratorio, mastro Francesco non ha voluto disperdere la manualità e l’immaginazione, sperimentate i tanti anni di lavoro. Prendendo spunto dalle esigenze domestiche delle donne – personalmente vive in un harem di moglie e quattro figlie –, ha ideato e costruito una sedia, che con una semplice operazione manuale si trasforma in scaletta. Non è roba da chiodi, nemmeno lontanamente assimilabile ai prodotti del consumismo, che in poco tempo si usurano e bisogna sostituire. È un manufatto destinato a entrare nell’asse ereditario delle famiglie. Costruita in faggio stagionato e assemblata ad incastri, la sedia-scaletta pesa poco più di 8 chili e l’ultimo gradino è a 80 centimetri dal piano di calpestìo. Comoda come sedia e utile come scaletta, è un prodotto artigianale, realizzato con la maestrìa e il piacere di quando si lavorava a mano e gli oggetti sopravvivevano agli uomini e ne tramandavano il ricordo.

Angelo Labbate

Se Moratti non va alla montagna..

Ieri Moratti non è piu passato da Accettura, ma a San Mauro eravamo comunque ben rappresentati
Foto Gazzetta dello Sport


Accettura G. Colucci “Prima Categoria Girone B”…si riparte!

Domenica 26 settembre 2010, è ricominciata l’avventura calcistica dell “Accettura G. Colucci”.

La prima sfida è stata contro l’Invicta Burgentia ad Accettura conclusasi 1-0 per la squadra di casa.
Per continuare a seguire l’Accettura G. Colucci vai sull’ articolo dedicato.

:arrow: Accettura G. Colucci 2010/2011

Il mulattiere tradizione quasi in declino

Una vita a dorso del quadrupede

C’erano una volta i taciturni e tenaci contadini di Sant’Arcangelo, che a dorso di mulo portavano nelle più lontane piazze della regione le primizie dei loro giardini, sottratti alle golene dell’Agri. Oggi, si possono contare sulle dita di una mano. Anche i muli sono andati in pensione, anzi sono spariti, sostituiti dagli Ape car.
Donato Cerabona, classe 1938, è uno degli ultimi rappresentanti   della civiltà rurale pendolare, come si definisce. Cerabona,  nomen  omen, un nome un destino, ha una   bella faccia contadina, scavata, colore della terra, che sembra uscita da una tela di Carlo Levi.
«Non avevo ancora vent’anni racconta, senza concessioni alla retorica – quando feci il mio primo viaggio ad Accettura col mulo. Il pomeriggio si raccoglievano pomodori, peperoni, fichi e percoche, si riempivano due cestoni, altra roba si metteva sul basto, e verso le nove di sera si partiva. Eravamo sempre in due, per farci compagnia». Un viaggio lungo sentieri scoscesi e mulattiere di montagna, a piedi; unico sollievo, attaccarsi alla coda della bestia in salita e saltare in groppa per guadare l’Agri e il Sauro.
Dopo aver attraversato Alianello, Aliano e Cirigliano, verso le 7 l’arrivo ad Accettura. «Una vita di stenti – continua Cerabona –. Tanto lavoro e pochi guadagni. Si vendeva tutto a 100 lire il chilo; se si vendeva tutta la merce si incassavano circa 12.000 lire, più o meno corrispondenti a 130 euro attuali.   Per stare nelle spese, bisognava risparmiare su tutto. Un chilo di peperoni o pomodori al sarto mastro Ernesto, che ci prestava la bilancia; altrettanto al banditore; qualcosa in più a zio Pietro “a Scioscia” per lo stallatico. E bisognava stare attenti ai furbi, in genere benestanti e prepotenti, che con la scusa di portarli in mostra come campioni alle mogli, si facevano la provvista quotidiana di pomodori e peperoni. Si faceva economia anche sul mangiare; un pomodoro spaccato con il sale, un pezzo di pane, una bevuta di vino e poi di nuovo verso Sant’Antarcangelo per preparare il viaggio del giorno dopo a Viggiano o a Moliterno».
Una vita agra, come quella del padre, del nonno e degli avi. Una continuità che si interrompe con Donato. Il figlio Pietro ha studiato musica all’Università di Pavia, è stato primo clarinetto nella banda dell’Esercito ed ora insegna musica. Ha scelto le vie del pentagramma, anche se per hobby non disdegna di coltivare il suo orticello.
Anche per questo, Donato è orgoglioso del figlio. Ora è pensionato e potrebbe starsene in ozio. «Ma non ce la faccio – dice –. Fin quando avrò forza e fin quando il tre ruote tirerà, andrò nelle piazze a vendere i frutti del mio giardino». E i consumatori continueranno a mangiare le deliziose percoche di Sant’Arcangelo, appena colte.

Angelo Labbate

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