Un accetturese: Giulio Onorati “Krusciov” (1938 – 2015)

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“La famiglia Onorati sentitamente ringrazia tutti coloro, vicini e lontani, che in questi giorni hanno dimostrato tutto l’affetto che provavano per nostro padre”

➡️ Orazione funebre di Vincenzo Dimilta (qui)

di Enzo Labbate

Si è spento nel primo pomeriggio di Venerdì 13 marzo Giulio Onorati, detto Krusciov. Scompare all’età di 76 anni lasciando un grande vuoto per i suoi cari ma anche per tutta la comunità accetturese. Personaggio di rilievo nella vita politica della comunità, timoniere di tante battaglie politiche e sindacali soprattutto del mondo del contadino. Il soprannome gli derivava non solo dall’attiva milizia nel P.C.I., ma anche in quanto fisicamente ricordava l’ex premier sovietico nei tratti somatici e nei gesti spontanei. Krusciov maturò nelle difficoltà delle condizioni economiche e sociali della propria famiglia contadina. Bracciante e operaio edile, appaltò il servizio di nettezza urbana, emigrò in Inghilterra ma subito rientrò “ nella terra dove siamo nati e dobbiamo morire”. Ecco come lo descriveva G.B. Bronzini: “ ..ha la parola facile e il gusto del microfono. Quando ci sono le assemblee in sezione o alla camera del Lavoro, monta gli amplificatori sulla sgangherata 600 gialla e gira per il paese. Non si limita al solo annuncio, ma imbastisce un dialogo con gli ascoltatori in cui egli stesso chiede e risponde”. Se ne va un uomo di altri tempi, un uomo di partito, un personaggio chiave della festa del Maggio, un combattente e uno spassionato amante della propria terra.

 

Krusciov
Racconto di Andrea Semplici

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E’ vero, assomiglia a Krusciov. Nunzia è andata su Internet per trovare una foto di quell’uomo misterioso. Era stato il capo dei comunisti in una terra lontana. Nunzia non ha fatto in tempo nemmeno a sapere cosa fosse stata l’Unione Sovietica. Il comunismo scomparve, mentre lei nasceva. Fine del Novecento. Ma questo non voleva dire molto per una ragazzina. Tutti al paese hanno un soprannome e lei, che non lo aveva forse perché femmina, si incuriosì di quel nomignolo fuori dalla lingua della montagna. Il padre le disse che Krusciov era stato un comunista buono. Dunque, c’erano stati quelli cattivi, ma lui era buono. Ogni tanto si arrabbiava, ma aveva una faccia da contadino. E allora nei bar del paese cominciarono a chiamare Krusciov quel bracciante che faceva anche il muratore. Anche lui se ne era andato in Inghilterra, come tanti altri. Ma poi era tornato. E si era messo nella politica. Falce e martello, una bandiera rossa e un gran agitarsi. I contadini e la gente dei boschi stavano con lui nel Partito dei rossi. I padroni, i maestri, i commercianti

stavano con i cristiani. Krusciov era un capo, sapeva le parole e le diceva nel megafono. La sua famiglia stava sempre sotto l’albero nei giorni della festa. Tempi lontani: oggi non c’è più l’Unione Sovietica di Krusciov e nemmeno il Partito. Nunzia passava ogni giorno davanti al bar del Popolo. Nei mesi dell’estate, un nipote accompagnava Krusciov a un tavolino sistemato sul marciapiede. Lo sorreggeva. La sua forza era svanita. I suoi occhi sapevano di spavento. A volte si assopiva e si ritrovava in altri anni. Si svegliava di colpo e non riconosceva più nessuno. Passava ore del pomeriggio seduto con le mani poggiate sul ferro del tavolino. Krusciov era davvero il ritratto sputato del comunista russo. Le ciglia, soprattutto. Ancor oggi sembrano piccole fiamme. Chi ne parla, dice che aveva il suo stesso carattere. Sbrigativo, ruvido, irruente. E generoso, astuto. Angelo non la guardò mentre si limitò a dire a Nunzia: ‘Era un comunista bonario, Kusciov’. Nessuno ve lo racconterà più ma i comunisti del paese, negli anni del mondo spezzato, amavano la Festa. Era la loro Festa. ‘Festa dei lavoratori senza lavoro, dei poveri della collettività’, avrebbe scritto, anni più tardi, l’antropologo. Il Krusciov del paese mise su la sede dei comunisti. E fu anche il centro della Festa. Quando il capo dei democristiani calava dalla città con tutto il suo corteo di cortigiani, lui metteva la bandiera rossa sulla groppa del suo asino e passava per la piazza. I paesani si spostavano e lui lasciava andare l’asino fin sotto il palco. La bestia andava a grattarsi il muso sul legno. E non c’era verso di farlo spostare da lì. Nunzia ha deciso. Eccola, ora si siede a quel tavolo davanti al bar. Krusciov guardava nel vuoto. I ragazzi delle magliette non sapevano chi fosse. Non potevano sapere che quel vecchio dall’aria spaurita era stato, per anni, l’uomo più importante della Festa. Nunzia cercò di mettersi comoda, ma rimase come in bilico sulla sedia. Non osava appoggiarsi allo schienale. E vide quell’uomo piangere. Krusciov sapeva perché quella bambina era lì. ‘Ci trattavano da schiavi, in quegli anni. Ti facevano passare davanti alla statua di Gesù e dovevi promettere che votavi per i democristiani. Ma la Festa era nostra. Il nostro paese in quei giorni era libero. Stavamo allegri. Poi tornavamo schiavi. Mio padre andava a lavorare a Pisticci. Faticava diciassette giorni di fila e lo pagavano con venticinque chili di grano. Si ammazzava di lavoro. Mio fratello è andato a scuola. Ne bastava uno in famiglia. Gli altri nei campi. A giornate. Io ero analfabeta, andavo nei pascoli con gli animali. La scuola non era aperta per tutti. Non per noi, non per i figli dei braccianti. Sono stati i comunisti a darmi la cultura. Al corso popolare presi la terza media. Il Partito voleva che andassi al Nord. Ma questo era il mio paese. Qui siamo nati, qui dobbiamo morire’. A casa di Krusciov c’è una statua. Un prete che legge L’Unità. E quando cambiò il prete Krusciov, e nessuno sa perché, mise anche Mao-tse-tung e Togliatti. Nunzia non sapeva chi fossero questi due. Li avrebbe cercati con il computer. Aveva una Seicento gialla, ci montava sopra un altoparlante e andava in giro a fare comizi. Un giorno il comune decise che la civiltà doveva arrivare al paese. E scrissero su un foglio bollato che i maiali dovevano andarsene dalle case. Questione di salute, storia della modernità. Era il 1968 e Krusciov sapeva bene le cose del popolo. Si mise subito a organizzare una manifestazione. Portò le donne nelle strade del paese. Aveva con sé il popolo della Festa. Ci mise di mezzo Nixon e il Viet-nam. Maiali e una guerra all’altro capo del mondo. Nessuno, al paese, sapeva dov’era questo Viet-nam. Ma i maiali li volevano in casa. ‘Se togliamo i maiali del paese senza sapere dove portarli, come farà una povera famiglia che si cresce due maiali, uno per avere la casa piena e un altro per venderlo e comprare le scarpe ai figli?’, disse al megafono Krusciov. Le donne del paese tenevano ben alti i cartelli con su il nome di quella terra lontana e sconosciuta e non cambiavano espressione. Non chiedevano cosa fosse il Viet- nam. Non applaudivano, ma in piazza ci stavano. Dei maiali, sapevano. Gli uomini avevano le mani in tasca ed erano in imbarazzo. Le donne andarono fino alla città a protestare. Entrarono nel palazzo e un uomo in cravatta si nascose dietro la sua scrivania. Krusciov aveva fatto vestire le donne con i vestiti più miseri. Quell’uomo si ritrasse fin quasi a scomparire, ma firmò un foglio. Impose al comune di revocare l’ordinanza sui maiali. La battaglia era stata vinta. Ai viet-cong, ora, toccava vincere la guerra. E la vinsero per davvero, era un altro mondo. I comunisti, quell’anno, presero più di seicento voti e Krusciov fece il vicesindaco del paese. Per undici anni. ‘Belli. Anni belli’, esce dalla sua bocca e Nunzia afferra il sussurro come il dono di un fiore di bosco. Krusciov sa che se la Festa non si facesse la campagna andrebbe malamente. Perché è un peccato non farla. Peccato grave. Che non debba capitare mai. Krusciov è anche Giulio Maggiaiolo. Non so perché all’antropologo andarono a dire che il russo non c’era più e il nome andava cambiato. Nunzia registra nella sua testa, poi incrocia nomi e storie. Oramai ne ha sentite tante. Il padre di Krusciov era devoto al Maggio. Stava sempre sotto l’albero. Il nonno era un miracolato di San Giuliano: nel 1910 cadde dall’albero, lo davano per morto, lo portarono a casa e già erano pronti al pianto e al dolore, quando la processione passò sotto casa e il nonno, che non poteva che chiamarsi Giuliano, si risvegliò e si tirò su. Il medico lo trovò in piedi, affacciato alla finestra. Questo Giuliano, otto giorni dopo, chiamò il popolo a raccolta, e, a spese sue, rifece la festa. Al paese dicono che fu la più imponente di tutti i tempi. Nunzia si alza. E’ frastornata. Non è sicura che Krusciov abbia parlato, ma le sue parole le ha sentite. Sa che l’uomo sta piangendo. Se ne va. E pensa che vorrebbe essere comunista. Sale i gradini della chiesa e sfiora la tunica di San Giuliano.

foto – fotogramma “A Bauc”, Gal Le Macine

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7 commenti

  1. “La famiglia Onorati sentitamente ringrazia tutti coloro, vicini e lontani, che in questi giorni hanno dimostrato tutto l’affetto che provavano per nostro padre”
    famiglia Onorati

  2. L’orazione fatta con il cuore da un “ragazzo” cresciuto con te. Si legge tra queste righe l’affetto e la gratitudine. Belle parole che lasciano il segno.

  3. ORAZIONE FUNEBRE
    Carmine Giulio Onorati (28.12.1938/13.03.2015)

    Una giornata tipica della stagione di mezzo. Timidi raggi di sole, soggiogati da gelide folate di vento, gravide di cupi presagi e messaggere di nefaste notizie. Capaci di gelare il sangue nelle vene e frenare il battito del cuore.
    In un maledetto venerdì 13, dopo aver preso atto che la politica con la P maiuscola era chiusa ormai, come le vecchie tessere nei cassetti, nonostante la tua predisposizione a costruire sui ricordi e sulle ideologie, piuttosto che rimanerci imprigionato; dopo che si è chiuso e da tempo, con le feste de l’Unità; dopo che è chiusa anche la redazione de l’Unità; dopo che anche il puscolo Paese, che tanto ti inorgogliva, è chiuso da tempo; … dopo tutto questo, abbiamo potuto chiudere anche la tua bara. E con lei un’epoca e una stagione comunque irripetibile!
    Il tuo ottimismo ostinato, ma con i piedi per terra, ti portava a vedere il tunnel lunghissimo sempre illuminato. Tutto doveva essere una granta vittoria!
    Era la forza che sgorgava dalle tue idee, dall’essere sempre te stesso. Sia quando conversavi con l’ultimo bracciante, sia quando proponevi e discutevi col Presidente della Regione o col Senatore della Repubblica. Hai ciecamente creduto nell’uomo e nel prossimo. Amavi ricordare che non bisogna tenere o avere soggezione di alcuno: “un uomo hai di fronte, un uomo sei tu”.
    Mutuando il detto di un altro grande comunista: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso!”. Berlinguer diceva, invece, che la lotta per cambiare il mondo e metterlo al servizio dell’uomo è una prova che può riempire degnamente una vita. E tu l’hai molto riempita!
    La lotta, la riscossa di chi ha frequentato appena la seconda elementare, che con il cuore pieno di volontà e riconoscenza dava atto al partito di essere stato scuola e anche università. L’acume e la non comune intelligenza politica erano il frutto di questo tuo straordinario e originale percorso formativo. Amavi la politica, tanto quanto la famiglia. La politica era lotta, riscatto, conquiste, diritti, dignità. Sei stato l’idolo di diverse generazioni di sinistra. Li hai amati sin da bambini, quando si accalcavano urlanti e indisciplinati a seguire le mosse dell’allibito topolino di turno. E poi stipati, insieme all’occorrente, sull’improbabile trattore rosso; poi da giovani, li hai coinvolti nelle manifestazioni per “spezzare le catene della fame”; e poi le battaglie per i maiali domestici; e poi contro la guerra in Vietnam. Ma dove cavolo sarà questo Vietnam? E poi, ancora quando, col tuo esempio per le oltre mille e mille lotte, hai mostrato loro che la politica non è un taxi che cambia colore a seconda delle stagioni e, soprattutto, non possiede poltrone accoglienti!
    Hai dovuto scoprire e sentire sulla tua pelle che la coerenza è sempre fuori moda e le delusioni sempre in voga.
    Solo i grandi passano dalla gloria alla sconfitta e viceversa e nulla li trasforma. Rimangono uguali a se stessi. Loro non possono cambiare, hanno una missione: cambiare il mondo! Hai scelto di farlo dal tuo paese, dalla tua terra che amavi profondamente, amavi le contraddizioni e soprattutto amavi la tua gente. Gli perdonavi tutto, troppo.
    Amavi la festa del maggio, sei e resti un “masciaiul”! Non hai mai voluto cedere alle lusinghe e alle sirene che venivano dal centro-nord o dall’estero. Eri e dovevi rimanere un esempio per tutti. Non eri fatto per lo scambio del barattolo! Non potevi abbandonare i bambini, i disoccupati, gli edili, i commercianti, gli artigiani e, soprattutto, gli abbraccianti! I tuoi abbraccianti. Li avevi nel cuore, erano una tua creazione, quasi quanto le tue figlie! Erano la Fiatta verde, la Cinghia di trasmissione dell’economia locale. La conquista delle 51 giornate e poi della Legge Regionale sulla forestazione e poi la Legge istitutiva del Parco. E poi le 101 giornate e poi il tourn-over e altre conquiste che attendono. E poi… e poi, un sogno interrotto.
    I ritmi frenetici e le fasi della tua vita sono stati segnati dalle conquiste col sindacato, col partito, con l’amministrazione comunale. Le uniche vacanze che conoscevi erano quelle degli altri, come ad es. le famose settimane in bianco! Per noi c’era la Festa de l’Unità.
    Amavi la politica, ma amavi la famiglia, i figli, i nipoti e soprattutto, amavi il microfono. Memorabile i ben 5 minuti di intervento che lasciavi ai compagni candidati, ormai tramortiti dopo 55 minuti di presentazione! Così come la fine dell’incùbo del ’93, gli abbasta scanditi dal suono di un campanaccio in quella notte di festa ed esaltazione collettiva, avvolto in una rossa bandiera.
    Me ne hai fatte tante! Ma quella di Tubazio!? Nome di fantasia, rigorosamente inventato dell’ignaro oratore della CGIL che mi suggeristi durante un convegno. Fu per me una figuraccia memorabile!
    Sei stato FANTASTICO!
    A tuo agio, come pochi, tra Consiglieri, Parlamentari, Ministri, hai proposto, rivendicato e lottato per sollevare le condizioni sociali di tutti i bisognosi. Le risposte o erano per tutti o non erano. Potevi chiedere per te, per i tuoi, sarebbe stato comprensibile farlo, ma non saresti stato più tu. Non saresti stato l’esempio di tanti. Non saresti stato Krusciov!
    Era consuetudine che crescessi i maiali, che vendessi il latte. Quanto bastava per sopravvivere. La prima auto nuova è quella che non hai mai avuto. E forse è stato meglio. I parcheggi non erano il tuo forte!
    Zi Giò, tra le nostre montagne e non solo, riecheggerà per sempre il tuo invito a non arrendersi mai. A lottare sempre per ogni giusta causa. Ti ringraziamo. Lo fanno, insieme con noi, tanti altri che non possono essere presenti qui stamattina, tra i quali, Mimì Notarangelo, Totonno Barbarito, Homs, Giuliano Dimilta, etc etc.
    Noi siamo felici di averti avuto con noi e come nostra guida, perché sei sempre rimasto uno di noi. Fino alla fine, quando, esalando il tuo ultimo respiro, abbiamo appreso che hai rivolto lo sguardo in alto, ti sei fatto il segno della croce e hai accolto la chiamata di qualcuno, lassù, più giusto di tutti noi, che ama tanto i comunisti come te!
    ADDIO!!!

    Vincenzo Dimilta
    Accettura, 15.03.2015

  4. Zio Giulio un grande Idolo per noi molti ragazzi degli anni ottanda, non ti dimenticheremo
    mai. Grazie Zio Giulio per i tuoi consigli, per le tante bellissime chiaccherate, per la grande
    solidarieta` che con molta senzibilita` esprimevi per noi emigranti. Grazie Zio Giulio.
    Le piu`sentite condoglianze a tutta la Famiglia…..

    Vincenzo Trivigno Stoccarda

  5. Vi mando un abbraccio forte. Da lontano. L’incontro con Giulio, già qualche anno fa, fu commovente. La sua emozione, il suo desiderio di ricordare, di parlare. Nei primi tempi di Accettura, conoscevo Giulio solo attraverso le parole lette nel libro di Bronzini. Poi ci furono i racconti della gente del paese, della sua famiglia. Alla fine il dono di andarlo a trovare, nella sua casa. E poi i brevi saluti quando sedeva fuori da bar del Popolo. Fili rossi che rimangono, che fanno memoria, affetto, nostalgia, dolore quando si strappano, ma lasciano dentro qualcosa che non si rompe, ma diventa di noi stessi. Come il paese.

  6. Non vorrei esagerare, come qualche volta mi succede, ma uno dei ricordi più vivi che mi porto del nostro Paese, è la cordialità espressami da Giulio, nel nostro ultimo incontro, parlo di alcuni anni fa, e dell’interesse con cui mi chiese di mio fratello Giuliano. Nell’apprendere della Sua morte mi è gradito esprimere i sentimenti più sinceri di umana partecipazione e perciò di cristiana solidarietà nella preghiera.

  7. …uomo pieno di grandi ideali,valori e rispetto per tutti..che vuoto incolmabile,che dolore Zio Giulio!!non potrò mai dimenticare le grandi battaglie,i tanti ricordi e il tuo essere sempre pronto a tutto..le nostre partite serali a carte e l’affetto che provavi quando mi vedevi..salutami tanto il tuo grande amico fratello che stai per incontrare..chissà come vi divertire insieme…addio compagno Giulio!!!!hasta siempre!!con tanto tanto tanto affetto!!!

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