Racconto: Le scarpe di Pietro (D.Salvi)

Nino Milò era orfano di padre e di madre ma, nel piccolo paese nel quale viveva, lo conoscevano tutti.
Viveva con una vecchia zia che chiamavano Occhiuzza perché era orba e, quasi, non vedeva niente.
Nino, invece, vedeva, eccome. Era un tipo sveglio, lui. Dicevano che aveva imparato a camminare a sei mesi e Occhiuzza, quando era in vena, gli raccontava delle pene che faceva passare alla mamma a causa della foia che non lo lasciava un attimo.
E, per poco, non era successo che Nino se la ricordasse, la mamma.
Era morta che lui aveva tre anni e, ora, non gli rimaneva che una vecchia foto color seppia che, a forza di ripassarsela, s’era tutta sbiadita e il viso quasi non si riconosceva più. Nino passava ore con quella foto tra le mani. Poi, per dimenticarsene, andava a correre nei prati e a tirare le pietre nello stagno di zio Geruzzo, così, per il solo piacere di vederlo imprecare come un turco: “Hai ragione che non hai la mamma, piccolo diavolo!” – gli gridava dietro – “Ma se ti prendo due schiaffoni te li do io, per farti vedere come ti devi comportare!”
Lui, Nino, era già corso via, ad armare il gruppetto di scalmanati che facevano impazzire il paese con le loro monellerie.
Sul papà, Nino aveva un’idea tutta sua, un segreto che si portava dentro da quando aveva cinque anni, da quando, cioè, aveva visto per la prima volta la festa del paese.
Quell’anno lì, Occhiuzza aveva pensato che Nino fosse abbastanza grande per poter assistere alla sparatoria dei cacciatori che uccidevano quelle povere bestie attaccate per le zampe sull’albero della cuccagna issato al centro del paese.
La vecchina si sforzava di spiegare a Nino, che faceva di sì con la testa come se fosse già un ometto, che il giorno di Ognissanti i vecchi del paese andavano nel bosco di Montelapiano, sceglievano un albero altissimo, lo tagliavano e, in onore di San Michele, lo portavano in paese, con i buoi, quasi fosse una processione. Poi lo tagliavano e lo facevano liscio liscio, tanto liscio che lo potevi accarezzare, e lo issavano nella piazza, di fronte alla Chiesa Madre.


La domenica successiva, con una scala, ci mettevano sopra galline, maialini, oche – e quelli facevano un baccano del diavolo, a starnazzare a grufolare a urlare con tutta l’aria che avevano in corpo – li attaccavano per le zampe, appesi come salami. E, in serata, dopo la processione e la messa, un gruppo di cacciatori sparava e si portava a casa il povero animale ucciso, come se fosse un trofeo.
Ma non tutti gli animali venivano uccisi. Anzi, erano molti quelli che rimanevano lì, appesi. Allora la regola voleva che chi fosse riuscito ad arrivare fino in cima, salendo sull’albero con la sola forza delle braccia e dei piedi, avrebbe preso tutto quello che rimaneva.
Occhiuzza spiegava tutte queste belle cose e Nino assentiva ed era tutto eccitato perché, in piazza, c’erano quelli che vendevano il torrone e le caramelle di zucchero.
Occhiuzza gli teneva la mano ben stretta: era sicura che, se Nino avesse avuto la possibilità, se ne sarebbe andato a correre chissà dove e, lei, l’avrebbe forse perduto e, allora, sarebbe morta per il dolore.
Ma Nino, almeno quella volta lì, fu buonissimo: seguì la processione, sentì la messa, sbadigliò un poco e si riprese subito quando, arrivato in piazza, vide le fiammate dei fucili e i cacciatori sparare.
Sopra non si vedeva bene cosa accadesse, però gli animali avevano ripreso a urlare e anche gli uomini gridavano soprattutto appena qualcuno colpiva la sua bestia.
Poi, passato il tempo stabilito, la cosa finì e i cacciatori si fecero da parte: ora, chi voleva conquistare gli animali rimasti, se la doveva vedere con l’albero, doveva salire fin su e slegare un nastro rosso che sventolava sull’ultimo ramo.
All’inizio Nino non si divertì granché a vedere quegli uomini salire fino a un certo punto e, poi, scendere velocemente – perché il tronco era troppo liscio e troppo grande che non si faceva buona presa.
Alla fine, quando tutto sembrava finito e nessuno si presentava più a salire, si fece avanti un uomo, con la sua giacca marrone, un pantalone scuro piuttosto liso, la barba non fatta, che avrà avuto quarant’anni, forse meno. Si avvicinò al tronco, lo accarezzò. Poi si tolse le scarpe, le ripose con cura alla base del tronco, e prese a salire.
Nino fissò le scarpe con curiosità, scarpe vecchie e mezzo sfondate, per niente belle – eppure quello le aveva messe lì, ben posizionate, come se fossero chissà quale  ricchezza. E, intanto, lentamente, saliva. Con calma, un movimento sicuro dopo l’altro. Saliva. Nino lo fissava dal basso e gli sembrava che fosse lontanissimo.
Qualcuno gridò: “Ué, Pietro, mo’ vedi che vinci anche ‘stavolta!” Quello non si distraeva, saliva e saliva. Si fermò un attimo: asciugò la fronte con un fazzoletto che teneva in tasca. Nino ebbe paura che stesse per cadere. Invece quello, pacato, riposò la stoffa, e riprese la sua salita.
Quando lo vide che staccava il vessillo rosso, Nino ebbe un moto di gioia e abbracciò le gambe di Occhiuzza che, intanto, rideva e batteva le mani dalla contentezza.
Pietro, lassù, era un puntino. Nino s’aspettava che scendesse subito e, invece, quello, iniziò a fare le evoluzioni come uno del circo e oscillò un bel po’, prima tenendosi per le gambe poi con le mani. La folla lo applaudiva e diceva: “Bravo, si’ proprio bravo, Pietro!”
Quando fu giù e tutti gli erano attorno, uno, per far vedere che gli era amico, diceva: “Spazio, ha bisogno di spazio! Non vedete com’è sudato? Lasciatelo respirà!”
Pietro, che teneva il nastro rosso legato al collo, prese le scarpe per prima cosa, e se le mise ai piedi e sorrideva e sembrava più giovane.
Nino lo guardava come si guarda la statua di San Michele e vide che aveva gli occhi azzurri azzurri, che sembravano quasi neri tant’erano scuri. Mentre rientrava a casa Occhiuzza gli comprò lo zucchero filato ed erano tutti e due contenti. Nino le chiese: “Ma chi è ‘sto Pietro che non l’ho mai visto?” “Eh, questo è uno che vive nel bosco. In paese non ci viene mai. Solo, qualche volta, sotto le feste o quando c’è la processione ma solo per vincere i premi perché in chiesa, io, non ce l’ho mai visto” – rispose Occhiuzza, e gli strinse più forte la mano. Ma lo sapeva bene che Nino aveva visto quegli occhi azzurri azzurri che erano azzurri proprio come i suoi e in paese erano solo loro due ad avere degli occhi così.
“E’ un poveraccio” – aggiunse -. “Uno che non ha una lira. E non sa parlare, non ha istruzione. Uno che non capisce niente.” Però Nino, qualche anno dopo, vedeva bene che, quando Pietro veniva in paese, tutti lo rispettavano. E, una volta, sentì un amico che diceva che a Pietro gli bastava guardare negli occhi la gente, e poi sapeva dire chi erano e che cosa facevano. E nessuno osava contraddirlo, perché era forte e sapeva piegare una moneta con le dita.
Quando Nino decise che voleva parlargli, manco l’avesse saputo, non si fece vedere più. E fu inutile che Nino, assieme ai suoi compagni, andasse a cercare la sua casa nel bosco. Chissà dove s’era rifugiato, magari in una caverna e, agli amici di Nino, questa cosa qui faceva una grande paura tanto che, a un certo punto, non lo vollero accompagnare più, in queste spedizioni.
Nino, intanto, era arrivato a finire le scuole medie e andava proprio bene perché aveva un’intelligenza veloce e le cose le capiva al volo. Occhiuzza era felice, per questo, e se lo coccolava sempre quando andava a parlare con i maestri e le maestre. Diceva: “Se Dio me lo fa vedere, lo voglio far laureare a questo ragazzo, proprio così. Come il figlio della buon’anima del Sindaco vecchio, sì, così voglio fare.”
Perciò lo fece andare a studiare in città: con i soldi della pensione lo manteneva a casa di una sua parente e, lei, viveva senza una lira che, per poco, non finiva a chiedere la carità. Soffriva a non poterlo vedere, a non sentirlo parlare. Lo fece venire solo per la festa.
Nino tornò che le sembrava già cambiato, più alto, più bello.
“Occhiuzza, dai, andiamo alla festa. Ho un’idea, sai? Voglio vedere se c’è Pietro.”
“Pietro? Ma quello non viene più da un sacco d’anni… Sarà morto in qualche burrone…”
Nino si rabbuiò come se fosse stato colpito al centro del petto.
“No, no. Dai, andiamo.”
E la vecchia se lo portò come quando aveva cinque anni e lo teneva per mano ma era lui che gliela stringeva e la faceva camminare veloce.
Come ogni anno ci fu la processione, la messa, la sparatoria dei cacciatori e, infine, la salita.
Nino guardava tra la folla se ci fosse Pietro. Quelli salivano e, come salivano, scendevano, senza forza, senza premio.
Anche l’ultimo ci tentò ma non riuscì nemmeno a salire di un metro che già aveva rinunciato.
Poi fu quasi una magia perché la folla si aprì e Pietro, con la stessa giacca, col pantalone ancora più liso, era lì.
Posò le scarpe ai piedi dell’albero, con cura. Una vicino all’altra. Sfondate com’erano. Sfiorò il tronco, guardò su. Poi, prese a salire.
Erano passati dieci anni dalla prima volta che Nino l’aveva visto ma i movimenti erano sempre gli stessi – ecco, ora si ferma, ora si asciuga il sudore, ora prende la fascia, ora fa le capriole e le evoluzioni, ora scende leggero.
La gente applaudiva. Qualcuno disse di fare spazio. Nino stava per avvicinarsi. Lui alzò gli occhi: erano occhi che sorridevano, occhi stanchi che sorridevano, occhi azzurri come quelli di Nino.
Fu in quel momento che a Nino mancò il coraggio. Non si avvicinò. Pietro, dopo aver messo le scarpe, si dileguò, sparì nella folla e, Nino, il giorno dopo ripartì.
Da allora passarono molti anni. Occhiuzza non c’era più ma aveva avuto il tempo di vederlo laureato, questo bel ragazzo dai capelli scuri e dagli occhi azzurri. L’ultima soddisfazione l’aveva avuta, poi, stanca com’era, s’era addormentata per sempre.
A Nino era mancato il coraggio di chiederle: “Occhiuzza, dimmi la verità, Pietro è mio padre?”
Ora aveva finalmente l’età per fargliela lui la domanda.
Doveva tornare in paese, cercare Pietro che da qualche parte doveva pur essere e chiedergli quella cosa lì.
Prese il treno, un altro treno e, finalmente, la corriera e, durante tutto il viaggio, aveva bene in mente le parole che doveva dirgli. E gli tornavano davanti agli occhi tutte le facce del suo paese, una per una: i ragazzi, gli anziani, le signorine, Pietro, gli amici…
Erano stati questi qui a dirgli che, di tanto in tanto, Pietro si faceva vivo, in paese. Ora che era anziano gli doveva pesare starsene solo, nella sua casa che doveva essere fredda e umida specie in inverno – che, qualche volta, anche da noi, c’è la neve.
La lettera che gli avevano spedito gli amici era di un paio di mesi e lui, come al solito, continuava a passarsela tra le mani e l’aveva quasi consumata. Dentro ci leggeva quello che manco c’era scritto: le passeggiate sul fiume la domenica, il girovagare inutile la sera, e le giornate perse a starsene seduti davanti al bar. Lui – pensavano gli amici – era stato salvato da Occhiuzza e, ormai, avrebbe vissuto sempre in città, a insegnare nella scuola ai bambini. Ma Nino ai suoi amici ci teneva e teneva anche al suo paese. Ma, innanzitutto, teneva a Pietro.
La corriera si fermò in piazza, sollevando un polverone che tutti quelli che stavano fuori al bar furono costretti a stringere gli occhi e ne dissero quattro all’autista che manco se ne diede a vedere.
Nino scese e riconobbe i suoi amici che sembravano venuti lì per fargli una sorpresa.
Scese col borsone e la sua bella faccia interrogativa perché era goloso di sapere e quelli a dargli gran pacche sulla spalla: “Ecco il cittadino! Ecco il cittadino! Come te la passi? Bene, eh? Noi, invece, qui, poveri cafoni, con i nostri vecchi…”
“E allora?”
“Allora che? Ah…” – si guardarono in faccia perché sapevano bene cosa voleva il loro amico e perché era venuto. Lo dissero rapidamente, quasi per levarsi il peso dallo stomaco.
“Eh, Nino, sai, Pietro è… Pietro è…”
Era morto. Un mese prima, nemmanco.
Nino rimase lì, in mezzo alla piazza, mentre la corriera ripartiva. La borsa ancora in mano e gli amici che si scusavano quasi come se fosse colpa loro.
“Era un pazzo, Nino. Che vuoi… Sai che ha fatto? Per scommessa è salito su di un palo di cemento, alto venti metri almeno… Poi… le mani non gli avranno retto… Era pieno d’artrite, aveva le dita legnose. Quando il medico è arrivato respirava ancora. E’ voluto morire per fare dispetto, perché gli doveva sembrare assurdo che lui che aveva sempre vinto gli alberi vivi, perdesse contro un albero morto… Sì, doveva sembrargli proprio assurdo.”
Nino si mise a sedere, con i pensieri che gli confondevano in testa. Qualcuno gli portò da bere.
Poi si riprese. Parlò con gli amici e, pallido com’era, accettò che il sole estivo gli colorasse un po’ le guance. Rimase fuori al bar per un paio d’ore. Gli amici lo accompagnarono nella sua vecchia casa, quella che gli aveva lasciato Occhiuzza.
Doveva partire la settimana successiva ma decise di restare ancora per qualche giorno. Trascorse l’estate e, ogni tanto, andava a portare fiori sulla tomba di Occhiuzza. E di Pietro.
Poi si disse: quello che faccio in città posso farlo qui, almeno per un po’.
Così attese impaziente l’inverno e, senza dir nulla a nessuno, aspettò il giorno della festa.
Gli amici si dicevano: “Ma cosa gli è venuto a Nino? Spera che Pietro torni in vita? Che si metta a salire l’albero come faceva prima?”
Gli volevano bene, lo assecondavano e gli si stringevano vicino.
Assieme seguirono la processione, e la messa, e gli spari dei cacciatori. E quelli che salivano e quelli che scendevano senza aver raggiunto la cima dell’albero.
Poi, come al solito, che nessuno c’era riuscito, ci fu un gran silenzio perché tutti sapevano di Pietro e della sua morte.
Allora qualcuno uscì dalla folla, si avvicinò al palo, mise le scarpe per terra, in quel punto preciso e salì, lentamente e con calma, fino alla cima. Poi scese leggero, come una piuma.
Sudato e felice, Nino si guardò intorno, rimise le scarpe ai piedi e sciolse il vessillo rosso che s’era legato, come una sciarpa, anche lui attorno al collo. Gli occhi azzurri gli ridevano che era un piacere guardarli.

Demetrio Salvi

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Un commento

  1. Una novella di realismo “magico”, intrecciata di verità e quadri di vita paesana, che l’immaginazione vivifica e sviluppa in un racconto piacevole, narrato in linguaggio semplice, e naturale modulazione di voce.
    Efficace la rappresentazione dei nudi personaggi e del clima festivo: silenziose scalate e scene crudi di cacciatori e vittime, immolate in onore di chi sa chi, tra il tripudio della folla festante. Clima corale di attori e spettatori, espressione di partecipazione ed autentica religiosità popolare.
    Una esperienza che abbiamo vissuto nella nostra infanzia, partecipando al clima festivo, osservando con trepidazione il trasporto degli alberi, l’elevazione, il folklore. E quindi tentativi di scalate. In fine la figura vittoriosa del protagonista acrobata, il “deus ex machina” della festa, in cima al “Maggio” a prelevare le colombelle ancora immuni dalla pioggia di piombo, o un mazzo di rose.

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