Il Maggio di Accettura come “rituale di incantesimo agrario”

IL Maggio di Accettura non “matrimonio tra alberi” ma “rituale di incantesimo agrario” – cultura – storia di una comunità a cura del prof Donato Antonio Barbarito.

La vicenda di Monica alla trasmissione televisiva “Avanti un altro!” condotta da Paolo Bonolis mi porta a riflettere sulla vulgata, ormai diffusa, che il Maggio di Accettura sia la celebrazione del matrimonio tra due alberi, il cerro e l’agrifoglio, il “Maggio” e la “Cima”. Un surrogato di interpretazione del tutto arbitrario che annulla il senso pregnante dell’evento e della cultura che l’ha generato e alimentato. Dietro la semplicistica espressione “matrimonio di due alberi” c’è la storia profonda di una comunità e una cultura strettamente connesse alle attività agricole e all’antico mondo mediterraneo, ancorato al culto della “Terra Madre”. Un immaginario religioso di antichi miti in cui il Divino si percepiva immerso nella Natura, e partecipe delle vicende umane- La stessa Natura veniva ( e andrebbe) percepita non come elemento estraneo alla nostra esistenza, ma come altro soggetto, protagonista come l’uomo, nella costruzione della storia. Nell’epoca della civiltà agricola, fortemente condizionata dai cicli stagionali ed eventi imprevedibili che potevano compromettere raccolti e allevamenti, le popolazioni, i subalterni in particolare, trovavano nelle tradizioni popolari spazi di libertà e forme di culto estranei ai riti ufficiali, più vicini ai propri bisogni e al ritmo di vita e di lavoro. Una religiosità, un bisogno di fede, di speranze, -di rapporti con il sovrannaturale, che l’uomo ha sempre coltivato, in ogni tempo e in ogni dove, sia pure con modalità e sensibilità differenti. Ieri si propiziavano le divinità immerse nel Cosmo e il ritorno di Proserpina alla Madre Terra in riti misterici, con doni e sacrifici; nel nostro tempo si invoca l’intercessione dei Santi con preghiere ed ex voto. Un “continuum” di profondo senso religioso, pieno di elementi sincretici e di tante credenze ancora ampiamente diffuse.
Il culto dell’albero, praticato dalle popolazioni del Nord Europa ed introdotto in Italia, probabilmente, dalle comunità longobarde, ha trovato questo terreno favorevole per innestarsi sulle istanze di una religiosità di più antica tradizione. Il re Liutprando dei Longobardi, una volta cristianizzato (725), proibì i culti pagani del suo popolo, fra cui quello dell’albero e dei serpenti; tuttavia proprio perché costituivano spazi di libertà, impregnati di sincretismo religioso profondo, i culti pagani sono sopravvissuti soprattutto nelle aree marginali, nonostante proibizioni e successive crociate. Il culto dell’albero, nelle nostre aree, venne a costituire lo spazio di libertà e di autonomia dei subalterni massari, contadini, braccianti. I contrasti tra credenti e Chiesa sono continuati nel tempo, fino alla metà del secolo scorso, quando i Vescovi, rivelatesi vane le proibizioni, ancora invitavano i parroci a non lasciare ai laici la gestione del culto. Ad Accettura la integrazione del culto “Maggio” – protettore San Giuliano ebbe inizio con la venuta della reliquia nel 1797, ma i due momenti, il laico e il religioso, rimasero separanti nella gestione. La completa cristianizzazione, intrapresa dal parroco don Vincenzo Rizzo si è perfezionata con l’azione creativa dell’attuale don Giuseppe Filardi.

 

Busto raffigurante presumibilmente la prima effige di San Giuliano, che trovasi nella Chiesa del Convento.

In questa cornice culturale e storica il “Maggio” di Accettura ha potuto assumere il particolare significato del risveglio della Natura e della ripresa del ciclo di vita animale e vegetale; della fecondità della terra e del lavoro; delle speranze affidate al grembo di Era e Demetra. L’ innesto di due alberi diversi, prelevati da siti lontani, poteva costituire l’atto simbolico di contaminazione, di rinnovata energia vitale e fecondità agraria, e successivamente anche la riaffermazione del diritto degli usi civici nelle terre demaniali. 

Nella mia infanzia non sentivi scorrere la parola “sposalizio” e simili. L’espressione più spontanea e naturale era “innesto”, “procedere all’innesto della “Cima”: atto simbolico di morte e resurrezione, di contaminazione tra specie diverse per una nuova e rinnovata energia produttiva, come appunto nella pratica agricola dell’innesto. Era questo il senso autentico, pregnante dell’unione dell’agrifoglio, la “Cima”, con il cerro, il “Maggio”. L’arbitraria vulgata di “ matrimonio”. diffusa in seguito alla ricerca in loco dell’equipe.Pinelli-Quilici e alla illustrazione dell’evento nel Testo “L’alba dell’uomo”(C.A. Pinelli -F. Quilici -ed. De Donato 1974), ha avvolto nella nube dell’oblio e stravolto sia il senso del risveglio primaverile e della contaminazione tra specie diverse, sia come momento di libertà e autonomia delle classi subalterne. L’espressione “matrimonio degli alberi” è ormai diffusa nel linguaggio corrente e il suo corso di vita durerà nel tempo, in rapporto a nuove evoluzioni e sensibilità. D’altra parte il “Maggio” non esprime più l’originaria autenticità del mondo agrario ed è cambiato il clima complessivo del processo festivo. Attualmente in montagna il mondo rurale che abbiamo vissuto si è disarticolato. L’agricoltura non è più la struttura portante dell’economia e gli insediamenti rurali quasi tutti abbandonati. Le antiche forme di organizzazione sociale e di utilizzazione delle risorse sono ormai superate. Di qui l’involuzione/evoluzione del “Maggio di Accettura”.

Eppure ancora scorrono le immagini dell’antica tradizione: i buoi, inghirlandati e aggiogati ai tronchi, percorrono come sempre la dorsale Montepiano-Accettura, nello scenario di boschi e foreste, nell’azzurro orizzonte di una corona di monti. Paesaggio meraviglioso dell’alta valle della Salandrella e della Misegna, Spettacolare e molto animata l’atmosfera festiva, soprattutto per la grande partecipazione dei giovani di diversa età, convenuti da diverse parti dell’Italia, dell’Europa e dell’America nella guida dei buoi o nel trasporto della “Cima” a spalle da Gallipoli, nei preparativi per l’innalzamento del “Maggio”. La processione del Santo, la scalata e tutte le manifestazioni folkloriche del martedì costituiscono tante diverse scenografie di un maestoso spettacolo di grande attrazione, grazie al volontarismo creativo dei giovani e ad partecipazione attiva sempre più numerosa. La festa ha ripreso vigore, nonostante le profonde trasformazioni, anche perché, perduta l’originaria funzione, ha riscoperto nuove motivazioni: il “Maggio” è ormai l’elemento identitario della grande Comunità Accetturese sparsa nel mondo. La festa mantiene la sua vitalità con differenti attori e protagonisti proprio perché assolve nuove funzioni, che le infondono nuova anima, motivazioni e autentica partecipazione: è’ occasione di socialità e di riaffermazione di una identità collettiva, costruita attraverso il processo di una particolare storia umana, quella di una comunità di emigranti, che trova nel “Maggio” la metafora per trasmetterla alle nuove generazioni. In questo differente clima del processo festivo, irrinunciabile ed essenziale risulta un recupero consapevole della memoria storico-culturale delle nostre radici, delle motivazioni originarie ed autentiche dell’evento “Maggio”, nonché delle altre ricorrenze paesane.
Opportuno, altresì, recuperare in maniera organica la grande quantità e qualità di studi e ricerche di diverse competenze professionali, di alunni e giovani laureandi, di tante originali interpretazioni artistiche e fotografiche, che hanno dato vita ad una ricca letteratura. E’ uno dei frutti più vitali del nostro “Maggio” a disposizione del mondo della cultura e dell’arte.
La Pro Loco di Accettura attualmente si è avviata in questa direzione ed è un fatto altamente positivo, come l’iniziativa del premio letterario “L’albero di rose”. Su questa strada “Il Maggio di Accettura” potrà sollecitare nuove ricerche di storia e di costume ed essere fonte di ispirazione di ulteriori produzioni artistiche e letterarie.

 

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