Un accetturese: Mauro Mita (1930 – 2015)

Mauro-Mita➡️ Mercoledì 21 Gennaio alle 10 si terranno i funerali nella chiesa di S Cipriano a piazza Millesimo in Roma.

Nato ad Accettura il 31 ottobre 1930 da Lucia Labbate e Carmine Mita visse ad Accettura fino alla fine degli anni 40, successivamente si trasferì a Roma per motivi di studio.

Fin da subito a Roma partecipò alla vita interna del Partito Repubblicano Italiano collaborando al giornale la voce repubblicana e, legatissimo a Randolfo Pacciardi (Vicepresidente del Consiglio del governo De Gasperi 1947, Ministro della Difesa 1948) fù il primo a seguirlo nel 1964 nel gruppo politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica dichiarandosi a favore della Repubblica Presidenziale. Nel 1986 rientra tra le file dell’edera intervenendo al Congresso Nazionale dell’87 e dell’89.

Autore di innumerevoli saggi di politica, tra cui “La Repubblica di Domani” e “Costruire la Repubblica”, collaboratore e direttore responsabile di Nuova Repubblica per diciassette anni, direttore della rivista accetturese Paese.
Senza mai distaccarsi dalle sue idee e dai suoi amici di sempre, diventò mentore di numerosi parlamentari a cui scriveva articoli sui giornali e fu nella segreteria di Giovanni Spadolini nonchè di numerosi altri esponenti di governo repubblicani.
Una recente frattura del femore ha gravemente compromesso la sua salute lasciando nello sconforto la moglie, i figli e gli amici che hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

Vi lasciamo con un suo racconto tratto dalla rivista Paese del Gennaio 2002:

Anno 1939
Natale in via dell’Olmo

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Accettura in un’immagine degli anni ’30

L’ultimo Natale degli anni trenta, ultimo fra le due guerre, si tinge di quei ricordi che il tempo e la memoria fissano nei fotogrammi di una pellicola ingiallita, che conserva, a distanza di 62 anni, le    immagini, se pur sbiadite, ma vere nelle persone e nelle cose, quali le colse un bambino di nove anni appena compiuti. In questo primo Natale del XXI secolo, in un mondo che la tragedia di New York dell’11 settembre ha profondamente cambiato in termini di geopolitica, Accettura prebellica evoca, nel suo ethos di civiltà contadina, scenari che televisione e giornali mostrano ogni giorno nelle cronache dell’Afghanistan. Non per le cose di guerra, ma nei panorami di una terra segnata da sentieri impervi percorsi dagli asini, da strade bianche non asfaltate da cui radi automezzi sollevano nuvole di polvere; borghi con case basse senz’acqua corrente e senza servizi igienici, proprio come i borghi del profondo Sud del Cristo si è fermato

a Eboli. Ecco come Accettura anni ’30 si riflette nei paesaggi afghani: stessi bambini non diversi da noi, così come eravamo nei nostri cenci. Quel Natale 1939, io alunno di terza elementare, insegnante il maestro Quirino da Cirigliano, quaranta scolari per classe nelle due aule intercomunicanti della scuola Casalaspro, l’inchiostro che d’inverno ghiacciava nei calamai di vetro fissati nei buchi dei banchi, fu per me molto diverso dal Natale precedente. Diverso perché a tavola, a casa di nonno Angelo, in quel giorno di festa grande c’erano due persone in meno, Zio Peppe e zio Biagio. Il primo, classe 1912, era in Libia, Zio Biagio, classe 1918, da marzo si trovava a Verona come soldato di leva. L’assenza di zio Peppe era scontata. Già da febbraio si era sposato con zia Annunziata. Quella mia prima festa di nozze della famiglia la ricordo per quella scorpacciata di dolci che mi fece sognare la notte fontane che non dissetavano. Una cartolina di precetto, caduta come un fulmine a ciel sereno, separò zio Peppe dalla sposa, un paio di mesi dopo il matrimonio. L’esigeva la guerra che Mussolini stava preparando. Così, dei tre fratelli della bottega da falegname, rimase soltanto zio Berardino. Il solo dei tre figli maschi presente al pranzo di Natale. Per quel Natale zio Berardino, che suonava il clarinetto nella banda, mi aveva portato da non so quale festa patronale uno scampolo di stoffa, da cui zio Totonno ricavò un paio di calzoni alla zuava che indossai la sera stessa di Natale insieme con gli stivali neri di gomma foderati di feltro, comprati nella bottega di Ignazio. Mia madre si era impegnata, sferruzzando la sera accanto al focolare, tra una favola e l’altra raccontate da zia Filomena Chiarillo, a finire per Natale una maglia a girocollo color grigio, in sintonia con i nuovi calzoni. La giacca era quella dell’anno prima, che zio Totonno. su suggerimento di nonna Vincenza, mi aveva confezionato “in crescenza”. Naturalmente era l’unico indumento che mi andava stretto, tanto che non l’abbottonavo mai. E se gli stivali superavano di una misura abbondante la lunghezza del piede, nessun problema. Mia madre, sempre sferruzzando, anche con l’aiuto di zia Mariantonia e zia Michelina, rispettivamente di 17 e di 12 anni, aveva provveduto a farmi una buona scorta di calze di lana da mettere due alla volta, per tenere caldi i piedi e perché gli stivali aderissero meglio. Erano accorgimenti pratici per affrontare gli inverni di Accettura, che allora erano inverni veri. Con questi stivali, insieme con Giuliano (li aveva anche lui), mio cugino, giocavo nella neve, che in quel Natale non cadde, e guazzavo nelle pozzanghere che regolarmente si formavano, a ghiaccio sciolto, nelle buche del selciato. Quell’anno la neve cadde dopo Natale. Niente da dire. Con i miei stivali e calzoni alla zuava, belli nuovi, il maestro Quirino non avrebbe potuto paragonarmi al Valentino della poesia di Pascoli, da imparare a memoria per il ritorno a scuola dopo la Befana. Quindici giorni di vacanze. Le chiamavamo le vacanze di Natale. Ma c’era l’anno nuovo e c’era la Befana. Zio Berardino avrebbe sostituito zio Peppe a riempire la mia calza con carbone vero e caramelle e confetti? Da mille anni sapevo che la Befana erano il nonno e gli zii, che portavano le sorprese nella calza appesa alla camastra. Certamente non poteva essere mio padre, da oltre tre anni in Africa, ad Asmara. Anche tutti i miei compagni di scuola e di gioco, Cenzino D’Anzi, Mimì Bollettino, Matteo Falotico, Vitino Filardi, Ciccillo Tricarico, sapevano che la Befana, quando arrivava, se arrivava, era il loro papà. In ogni modo, la festa vera era quella di Natale. Che cominciava In sera della vigilia con una cena fatta di baccalà arrostito e di zeppole calde calde. Dopo si andava in chiesa per la messa cantata di mezzanotte. Quella notte, vestito a nuovo, e con in testa un basco blu, che era di moda, mia madre, che andava in chiesa solo due volte l’anno, a parte i funerali, mi ci condusse con le zie Mariantonia e Michelina. L’arciprete De Luca mostrava Gesù Bambino deposto nel cesto. Ma il Bambinello non era lo stesso del presepio delle monache, che era molto più piccolo. L’arciprete (che in dialetto accetturese si declinava al femminile) era seguito da Dante Vennitti, che con un altro cestino raccoglieva l’obolo di Natale, mentre Luigi Filatid-do, il sacrestano titolare, suonava l’organo e con la sua voce squillante cantava “Tu scendi dalle stelle”, il cestino del sacrestano vicario si riempiva di monetine di rame, quasi tutte di due centesimi, rari erano i quattro soldi e rarissime le nuove mezze lire di nichel con la testa di Vittorio Emanuele III, imperatore d’Etiopia, re d’Italia e d’Albania, da poco conquistata. Ma il vero Natale si identificava con il pranzo di mezzogiorno. Orecchiette con ragù e formaggio, agnello con patate al forno di campagna (carboni sotto e sopra), come frutta arance di Sant’Arcangelo e mele delle Manche e per dessert zeppole zuccherate. Senza zeppole non cera Natale ad Accettura. Nonna Vincenza ne dà due a Peppe ‘u Papòcchie, scalzo come sempre in tutte le stagioni, con i calzoni a brandelli e una giacca dalle lunghe maniche che coprono metà della mano, Peppe si siede sul sedile di pietra fabbricato rasente il muro esterno che da su via dell’Olmo. E festeggia con quelle zeppole così dolci, come un povero veramente povero, può festeggiare Natale.

fonti
Paese n.22/23
corrieredellacollera.com

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Un commento

  1. Mauro Mita. Un caro amico d’infanzia e di comune esperienza nella Matera dei primi anni ’40 quando i SAssi (Caveoso e Barisano) erano densamente abitati e gli edifici più prestigiosi o occupati dai militari alleati.
    Con la visione di quel tempo e di quel particolare ambiente di vita, delle processioni di traini convergenti la sera dalle campagne, del corso tra piazza San Francesco e cinema Impero gremito di gente sbucante dai Sassi e coperto di bucce di semi di girasole e zucca -Caro Mauro – mi piace ricordare la nostra presenza tra la folla, la tua intraprendenza e le tue capacità di rapportati con le persone, la tua passione per le ricerche e il tempo trascorso in biblioteca provinciale. Era l’avvio di quel patrimonio culturale che ininterrottamente hai saputo coltivare ed esprimerne i contenuti in uno stile personale e originale. Esemplare come uomo di cultura e impegno civile, partecipe protagonista delle vicende politiche e sociali del nostro tempo.

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