Intervista a Giuseppe Palermo, componente del nuovo Cda di Dimora D’Abramo

Nuovo Cda di Dimora D’Abramo. Da destra: Ilaria Nasciuti, Marco Aicardi, Francesca Preite, Simona Nicolini, Andrea Nasciuti, Giuseppe Palermo

REGGIO EMILIA – Dal 1º luglio 2022 l’accetturese Giuseppe Palermo è membro del nuovo consiglio di amministrazione della cooperativa sociale Dimora d’Abramo presieduto da Ilaria Nasciuti.
La cooperativa, costituita nel 1988 a Reggio Emilia, è una delle prime realtà in Italia ad occuparsi di immigrazione, in risposta ai bisogni conseguenti all’esplosione del fenomeno migratorio.

“Di certo la nomina nel consiglio di amministrazione – sottolinea Giuseppe – è una dimostrazione di fiducia che ho ricevuto dai soci della cooperativa, e al tempo stesso è un carico di responsabilità con il quale dovrò misurarmi nei prossimi anni.”

In occasione della nomina, abbiamo approfittato per chiacchierare con Giuseppe su temi attinenti il suo nuovo incarico.

Cos’è Dimora di Abramo?
È una Cooperativa che opera nel settore dell’accoglienza agli immigrati costituita a Reggio Emilia il 29 Dicembre 1988. L’impresa inizia a concentrarsi sulla risposta a bisogni primari di sussistenza, di prima accoglienza e al servizio d’accoglienza minori stranieri non accompagnati in collaborazione con il Comune e l’ASL di Reggio Emilia.
Il fenomeno migratorio e le sue trasformazioni evidenziarono progressivamente bisogni sempre più legati all’inserimento stabile delle persone migranti sul territorio e nelle comunità locali: dall’accesso ai servizi sociali, sanitari, scolastici e di formazione professionale, al reperimento di casa e lavoro.

Nel successivo decennio la cooperativa è artefice, insieme al Comune di Reggio Emilia, del primo progetto SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) realizzato in provincia di Reggio Emilia. Il progetto viene successivamente realizzato anche con il Comune di Guastalla e nell’Unione dei Comuni Tresinaro Secchia.
I servizi si estendono successivamente fino ad arrivare, nel 2014, alla gestione di una scuola dell’infanzia che nell’area nord del capoluogo è caratterizzata da forte mobilità e presenza di famiglie di origine straniera con bambini.

L’attività della Dimora d’Abramo giunge ad una nuova e rilevante prova nel 2014 quando i fenomeni migratori, prevedibili ma forse poco valutati nelle cause e nella possibile intensità, richiedono una mobilitazione straordinaria.
Nel marzo dello stesso anno la cooperativa si attiva, in convenzione con la Prefettura di Reggio Emilia, per l’accoglienza straordinaria dei migranti, cui viene assicurata accoglienza abitativa, sostegno socio-assistenziale alla convivenza, sostegno nei percorsi legislativi, sostegno socio-educativo, apprendimento della lingua, percorsi professionalizzanti, tirocini lavorativi, esperienze di volontariato e lavoro socialmente utile e la possibilità di attivare contratti di lavoro.

L’impegno espresso negli anni ha portato la cooperativa ad un riconoscimento anche formale del valore delle sue attività, sancito dall’iscrizione alla prima sezione del Registro delle associazioni e degli enti che svolgono attività a favore degli immigrati.
Dal 2006, infine, la cooperativa è inserita nell’Elenco delle associazioni e degli enti legittimati ad agire in giudizio in nome, per conto e a sostegno delle vittime di discriminazione razziale.

Dal bilancio della cooperativa sociale – chiuso con un fatturato di 9,4 milioni di Euro – emerge, tra l’altro, che i servizi e i progetti sostenuti da Dimora d’Abramo hanno assicurato sostegno, nel 2021, a 3.566 persone, tra le quali 406 minori.
I dati attestano, tra l’altro, di un aumento dei lavoratori (177 in totale, 9 in più rispetto al 2020), di un utile di 78.000 euro e di un patrimonio che si è attestato a 6,6 milioni di euro.

(Ndr Dalla sezione trasparenza del sito ufficiale tra gli elenchi dei fornitori si fa notare che compaiono anche fornitori accetturesi)

Di cosa ti occupi nella cooperativa?
Inizio il percorso lavorativo in Dimora D’Abramo nel 2015 a seguito della conclusione del master in gestione e management dell’impresa cooperativa presso la facoltà di economia dell’Università di Bologna.
Fin dall’inizio inizio ad occuparmi della parte amministrativa e contabile, a queste attività nel tempo si aggiunge la gestione dell’ufficio acquisti e la gestione del patrimonio immobiliare destinato alle attività di accoglienza.

Quali sono i problemi e le difficoltà nel fare accoglienza oggi in Italia?
Il tema delle risorse per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, i famosi 35 euro al giorno, è stato un argomento politico e propagandistico molto presente negli scorsi anni. Oggi è meno all’ordine del giorno, come tutta la questione legata agli sbarchi nel mediterraneo. D’altronde negli ultimi anni i flussi migratori provenienti dal nord Africa sono decisamente calati mentre al contempo la pandemia ha catalizzato l’attenzione politica e mediatica.
Non è affatto detto tuttavia che questo tema non torni di attualità nel prossimo futuro, polarizzando nuovamente il dibattito e facendo riemergere atteggiamenti di matrice xenofoba e discorsi d’odio. Per questo è importante continuare a raccontare il sistema di accoglienza nella sua organicità e complessità. Spiegando perché le risorse destinate all’accoglienza debbano essere considerate un investimento e non un costo.
Da 89 milioni, lo scorso anno, ora siamo arrivati a superare i 100 milioni di persone costrette a lasciare le loro case per guerre o persecuzioni.
Poi è scoppiata la guerra Ucraina, una guerra quasi alle nostre porte che ha cambiato anche la percezione che la società aveva del rifugiato. Spero tanto che cambi anche lo spirito con il quale li guardiamo, non cercando il profugo buono diverso dal profugo cattivo.
Sicuramente il fenomeno migratorio porta con se tante contraddizioni, ma bisogna fare uno sforzo anche culturale che non può e non deve limitarsi allo slogan propagandistico del “Prima gli italiani”.

Come hai vissuto la tua esperienza di emigrante?
Dall’età di 14 anni mi sono ritrovato lontano da Accettura, prima per motivi di studio e poi per lavoro. Ho sempre portato con me facendoli un po’ miei i versi di Cesare Pavese “Un paese ci vuole. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti”.
Sono orgoglioso di aver mantenuto sempre un forte legame con le mie radici. Dall’altro lato chi è stato o è tuttora un emigrante (o migrante) sa che l’accoglienza e il sentirsi accolti diventa elemento essenziale in un processo di integrazione con i nuovi luoghi in cui ci si trova ad agire.
Fortunatamente in qualunque luogo mi sono sentito accolto e questo sicuramente ha agevolato la mia esperienza di migrante rendendola meno dura e dolorosa.

A tuo avviso l’accoglienza può rappresentare una ricchezza, anche economica, per un paese come Accettura?
L’accoglienza può sicuramente rappresentare un volano di sviluppo per il territorio.
Assistere le persone che ogni giorno arrivano sulle nostre coste, ospitare nelle strutture i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale, anche nel rispetto della legge e delle convenzioni stipulate con le prefetture, muove introiti che favoriscono innanzitutto gli enti territoriali e aumentano le entrate a livello locale. Profitti che in alcuni casi sono una vera e propria manna dal cielo, soprattutto per le zone in cui si soffre più la crisi ci sono tassi di disoccupazione elevata.
Se pensiamo che le risorse stanziante per l’accoglienza non vanno assolutamente in mano ai migranti ma rappresentano il costo del loro mantenimento. Servono, prima di tutto, per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri. Un’altra parte è spesa per gli alloggi e per il mantenimento delle strutture, che alcune volte sono di proprietà dei Comuni e vengono ristrutturate e altre volte sono prese in affitto da privati. Infine, una parte serve a pagare i fornitori, da quelli di generi alimentari alle farmacie fino alle cartolerie.
Se immaginato così il sistema di accoglienza si può forse andare oltre i pregiudizi e si pro iniziare a vederlo come risorsa non solo culturale ma anche economica.
La mia esperienza nel sistema di accoglienza mi dice che è proprio nei piccoli paesi che l’integrazione ha funzionato meglio. Un percorso di integrazione nei piccoli paesi che è iniziato quasi sempre con dubbi e paure, all’inizio ci si trovava di fronte a pregiudizi e paura del diverso ma poi con l’intensificarsi della conoscenza reciproca il sistema di relazioni ne è sempre uscito rafforzato.
Un dato mi conforta se penso al fatto che il mio essere migrante mi ha consentito di far conoscere Accettura a tanti miei amici, e tutti coloro che hanno avuto l’occasione di passare dalle nostre parti si sono sentiti accolti. In fondo l’accoglienza e tra le cose che è nel nostro DNA e che forse è tra le cose che meglio ci riesce, superando la diffidenza iniziale.

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