Vito Belmonte riconfermato nel Consiglio Fiat di Melfi.

Vito Belmonte è stato riconfermato per la settima volta nel consiglio di fabbrica della Fiat di Melfi.
Nato ad Accettura il 20 Aprile 1963 , ha avuto anche una esperienza politica amministrativa quando nel 1993 viene eletto nel consiglio comunale del Comune di Accettura ,dove ricoprì l’incarico di assessore comunale e consigliere alla Comunità Montana Collina Materana. Viene riconfermato nel 1997 ricoprendo ancora una volta l’incarico di assessore in seno alla giunta comunale fino al 2001.
In contemporanea e precisamente a marzo 1995 viene assunto alla Fiat di Melfi come operaio alla catena di montaggio. A Giugno 1995 ci sono le prime elezioni nel consiglio di fabbrica, sceglie di candidarsi con la UILM metalmeccanici in quel momento la piu’ piccola organizzazione sindacale.
Vito ha contribuito a far diventare  piu’ grande l’ organizzazione sindacale non solo dentro lo stabilimento,  ricoprirendo  incarichi regionali nella UILM e nella UIL regionale insieme a due suoi amici  Vincenzo Tortorelli  e Carmine Vaccaro.
E’ stato interrottamente eletto per ben sette mandati consecutivi nel consiglio di fabbrica e alle ultime elezioni del 17-18 e 19 aprile scorso  la UILM  vince le elezioni.E’ risultato all 11° posto dei delegati eletti su 48 Rappresentanti Sindacali Aziendali da eleggere.

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Il perchè di un’ossessione

Nel corso degli anni, ho  osservato un fenomeno quasi naturale: conoscendo gente nuova, presentandomi e parlando della mia provenienza geografica,  in un modo o nell’altro, finivo per parlare in maniera più o meno estesa della Festa del Maggio, sempre. E solo di recente ho realmente capito fino in fondo perché. Non certo per campanilismo, o per propaganda, né tantomeno per egocentrismo, o meglio etnocentrismo, come forse avranno pensato molti, impressionati da tanta concitazione e fervore nella mia voce. Ho capito che parlare del Maggio è il modo più immediato che io conosca per parlare di me stessa, e rappresentare una parte autentica di me. Quasi a dire: chi non conosce la mia Festa non può dire di conoscermi a pieno. Quell’amalgama di dionisiaco, religiosità, allegria, boschi e Santi, quel sentirsi paese, sento che tutto ciò  ha formato negli anni il mio modo d’essere, di comportarmi e vedere le cose.
È una storia di mani su un tronco, al lavoro, e al contempo di mani giunte in preghiera. È una storia lunga, è quello che dico spesso, è troppo lungo da raccontare e spiegare.

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Racconto: Le scarpe di Pietro (D.Salvi)

Nino Milò era orfano di padre e di madre ma, nel piccolo paese nel quale viveva, lo conoscevano tutti.
Viveva con una vecchia zia che chiamavano Occhiuzza perché era orba e, quasi, non vedeva niente.
Nino, invece, vedeva, eccome. Era un tipo sveglio, lui. Dicevano che aveva imparato a camminare a sei mesi e Occhiuzza, quando era in vena, gli raccontava delle pene che faceva passare alla mamma a causa della foia che non lo lasciava un attimo.
E, per poco, non era successo che Nino se la ricordasse, la mamma.
Era morta che lui aveva tre anni e, ora, non gli rimaneva che una vecchia foto color seppia che, a forza di ripassarsela, s’era tutta sbiadita e il viso quasi non si riconosceva più. Nino passava ore con quella foto tra le mani. Poi, per dimenticarsene, andava a correre nei prati e a tirare le pietre nello stagno di zio Geruzzo, così, per il solo piacere di vederlo imprecare come un turco: “Hai ragione che non hai la mamma, piccolo diavolo!” – gli gridava dietro – “Ma se ti prendo due schiaffoni te li do io, per farti vedere come ti devi comportare!”
Lui, Nino, era già corso via, ad armare il gruppetto di scalmanati che facevano impazzire il paese con le loro monellerie.
Sul papà, Nino aveva un’idea tutta sua, un segreto che si portava dentro da quando aveva cinque anni, da quando, cioè, aveva visto per la prima volta la festa del paese.
Quell’anno lì, Occhiuzza aveva pensato che Nino fosse abbastanza grande per poter assistere alla sparatoria dei cacciatori che uccidevano quelle povere bestie attaccate per le zampe sull’albero della cuccagna issato al centro del paese.
La vecchina si sforzava di spiegare a Nino, che faceva di sì con la testa come se fosse già un ometto, che il giorno di Ognissanti i vecchi del paese andavano nel bosco di Montelapiano, sceglievano un albero altissimo, lo tagliavano e, in onore di San Michele, lo portavano in paese, con i buoi, quasi fosse una processione. Poi lo tagliavano e lo facevano liscio liscio, tanto liscio che lo potevi accarezzare, e lo issavano nella piazza, di fronte alla Chiesa Madre.

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Ricordo di Angelo Labbate

➡️ LABBATE,UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER L’INTERA BASILICATA
(Vincenzo de Lillo, Gazzetta del M. 25.4.12)

Nell’ambito delle manifestazioni della XIV Settimana della cultura voluta dal Ministero per i beni e le attività culturali, il Comune di Accettura ha ricordato la figura dello studioso e giornalista Angelo Labbate, recentemente scomparso. “La settimana della cultura è un’iniziativa che serve ad avvicinare alla cultura, al patrimonio artistico le comunità”, ha detto Marta Ragozzino, sovrintendente per i Beni storici della Basilicata nella sala consiliare del Municipio accetturese, gremitissima. Ad Accettura l’incontro è servito a fare riavvicinare gli amici di Angelo Labbate, i suoi estimatori. Il sindaco Nicola Buonanova lo ha ricordato come promotore degli eventi del paese volti a promuovere la cultura e le tradizioni accetturesi al di fuori del territorio comunale. Labbate sin da piccolo aveva mostrato interesse per la lettura e per le cose della sua terra. Lo ha sottolineato il parroco don Peppino Filardi : “Quando aveva appena 8 anni, volle leggere Cristo si è fermato a Eboli, perchè dal suo maestro aveva sentito che in quel libro si parlava anche di Accettura. La curiosità e l’amore per il paese natìo sono state le direttrici che hanno caratterizzato il percorso culturale di Angelo”. Studi di scuola media nel convitto di Tricarico; poi liceo classico a Matera, dove Labbate conobbe lo storico e critico letterario Giovanni Caserta. All’Università di Bari, dove si laureò in Lettere, incrociò Giovanni Battista Bronzini, che lo stimolò a interessarsi di antropologia. Con Bronzini fu simbiosi: il 24 maggio del 1969, in occasione del Maggio, Labbate invitò l’equipe del professor Bronzini ad Accettura; da quel momento lo hanno ricordato anche il figlio Marco Bronzini e Ferdinando Mirizzi della stessa scuola  gli studi antropologici di Giovanni Battista Bronzini conobbero altra direzione. Non più studi compiuti a tavolino, ma sul territorio, a contatto con la gente. Da allora, Angelo Labbate è diventato punto di riferimento per gli antropologi che arrivavano ad Accettura, alla scoperta dell’entroterra lucano. Dipendente comunale, con incarico di direzione della biblioteca, ad un certo punto Labbate ha sentito il bisogno di comunicare. Corrispondente de La Gazzetta da Accettura, si è interessato anche ai fatti del territorio circostante. “Aveva un approccio particolare nei confronti della notizia  ha detto Pasquale Doria, giornalista de La Gazzetta . Non prediligeva la notizia secca. Il suo doveva essere uno spazio creativo. Preferiva la la cronaca raccontata, narrata attraverso le parole e le frasi che raccontavano il territorio, le persone: quelle in vista, ma soprattutto gli umili, la gente con cui parlava. Un giudizio sul suo lavoro? Quello di uno spirito libero, ma intriso di grande senso di responsabilità”. Dopo le testimonianze di Caserta, Gilberto Marselli, Rocco De Fina presidente della Pro loco, Rocco Lombardi presidente del Parco di Gallipoli e del magistrato Carlo Spagna, è stata Julia Stefania Labbate a tratteggiare la figura del padre: “Uomo silenzioso. Ci ha trasmesso valori semplici. Soprattutto, un grande insegnamento: la non esistenza delle differenze; siamo tutti uguali. Comunista vero, il suo era un comunismo di comunione, di condivisione”.

➡️ Interventi audio dell’incontro Leggi tutto

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