
[spoiler show=”Pag. 42 – Accettura, la dimensione parallela – Lettera da Milano _ Maria Grazia Trivigno” hide=”Pag. 42 – Accettura, la dimensione parallela – Lettera da Milano _ Maria Grazia Trivigno“]

1° Ottobre. La città prosegue anche oggi la sua distratta, frenetica corsa contro il tempo e contro il traffico, non è un giorno diverso da ieri, né dagli altri giorni. Appena sveglia, mi sono ricordata che oggi ad Accettura è la Fiera. Ebbene, la magia di essere accetturesi sta proprio in questo: la banalità di un giorno qualsiasi rivela all’improvviso che altrove è un giorno diverso, ha luogo un evento, qualcosa di cui rallegrarsi. A quale accetturese lontano non è capitato? Se non con il corpo, almeno con il pensiero tutti gli accetturesi sono sempre presenti a ciò che accade in paese. Questo perché l’accetturese porta con sé la scansione ciclica dell’anno che è propria di un mondo agropastorale quale è Accettura.
1°ottobre, ’a Fer. Sono anni che non sono presente, ma ricordo che da bambina era la Fiera, non solo la più grande dell’anno, ma la fiera degli animali – ricchezza tanto grande per il contadino allevatore – esposti in bella mostra verso ’u Tratt’r, ricordo ancora quando la maestra ci portò a vederli; in paese, molte bancarelle, tra cui quelle di animali domestici di piccola taglia, di ogni tipo, tartarughe, bengalini, canarini, pesci.
Chi da bambino non ha mai comprato un animaletto alla Fiera? Per me furono, in seconda elementare, un diamante mandarino e un passero cinese, che hanno vissuto per ben 10 anni grazie alle amorevoli cure di mio padre.
Basta poco per essere ad Accettura con la mente: ecco per la strade l’odore penetrante del mosto, frutto della recente vendemmia; nell’aria, inconfondibile e nettamente percepibile inizia a sentirsi l’odore del fumo dei camini, odore di inverno.
È tempo di castagne: arrostite sul fuoco nda varol, ineguagliabili. Qui a Milano mi accontento di metterle miseramente in forno, ma il sapore è diverso, diversa la cottura, troppo pulite, niente cenere!
Come non ricordare, poi, il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia, che ad Accettura si prepara ’a rapposc’n! (zuppa di cereali, preparata solo in questa occasione).
Allo stesso modo scandito è Gennaio, mese in cui si ammazza il maiale, con tutto quello che ne segue. Era, in tempi trascorsi in cui regnava la miseria e la fatica, una vera festa in tutte le case, rito non del tutto abbandonato: si prepara la salsiccia, quella magra, quella grassa e quella del pezzente, le magnifiche soppressate, le ventresche, la sugna; del resto, del maiale non si butta via niente.
Il giorno 16, Sant’Antùn, la mente va ai fuochi che, come stelle, si accendono a sera nei vari rioni, occasione per una cena di vicinato, mentre nell’aria risuonano i campanacci. Il 27 Gennaio, poi è il Suo giorno: san Giuliano è portato in processione; giorno che porta con sé una benedizione anche per ogni accetturese lontano, su cui san Giuliano allunga la sua mano protettiva, invocato ed evocato da santini e raffigurazioni sempre presenti nelle case, nelle tasche, nelle auto.
Febbraio porta con sé il Carnevale, con il giovedì e il martedì grasso, poi le Ceneri, ed ecco arrivare Quaremma zinzilosa. Pasqua, con pasticci e soprattutto ’a cu’lombr. E, dopo Pasqua, tutto è una proiezione verso la ragione di un anno di attesa: la scelta del Maggio, la scelta della Cima, il Giovedì di Ascensione. Quante volte telefonicamente ho ascoltato la frenesia dei tammrrid il giorno del taglio del Maggio! La nostra è una vera malattia. Contiamo i giorni, in attesa del ritorno a casa, attesa per l’evento, attesa di ritrovare tutti.
E finalmente ecco il Maggio di San Giuliano, a cui non si può mancare per nulla al mondo: il solo evocarne il nome trasmette un brivido di commozione ad ogni compaesano. Tutti intorno a me, in questo mondo così lontano, non riescono a capire, all’inizio, perché all’incirca da una settimana prima di Pentecoste entro in uno stato di esaltazione; poi però lo hanno capito anche loro – ah già, è arrivata quella vostra festa pazzesca di alberi e santi.
Spesso sono tradizioni che nel corso del tempo hanno perso la loro vitalità, che si sfumano nel ricordo del passato; altre sono molto più vive, vibranti, attuali, come la festa Maggio. Resta, tuttavia, il dato di fatto che questa dimensioneparallela accomuna tutti gli accetturesi, e ci rende diversi da chi accetturese non è, da chi non immagina quanto curioso sia il nostro mondo.
Ecco perché sono convinta che essere accetturesi sia prima di tutto una forma mentis, un modo di guardare alla realtà, di scandire la propria esistenza: ovunque si trovi, a Milano come a Bari, a New York come a Roma, l’accetturese porta sempre dentro di sé, fatalmente, un universo di tradizioni, ricordi, emozioni, odori e sensazioni, che gli permettono di avere sempre uno spiraglio sulla dimensione parallela: la sua Accettura


[spoiler show=”Pag. 6 – Vedere l’erba dalla parte delle radici _ Isabella Cosentino Ferruzzi” hide=”Pag. 6 – Vedere l’erba dalla parte delle radici _ Isabella Cosentino Ferruzzi “]
Il primo capitolo della nostra storia americana risale agli inizi del secolo scorso, più di cento anni fa. Si sapeva, tramite un vecchio certificato di matrimonio, che i nonni paterni si
sposarono nel 1910 nella zona di Little Italy. Solo nel 2003, indagando sul sito di Ellis Island, sono finalmente riuscita ad avere un quadro più completo dell’ emigrazione dalla Basilicata di nonno Rocco Ferruzzi e nonna Isabella Romano.
Il nonno, nato a Cirigliano nel 1880, arrivò a New York nel 1904; la nonna, nata ad Accettura nel 1890, arrivò nel 1909. Da quel momento è nata l’idea di organizzare, assieme ad altri nipoti Ferruzzi, un viaggio in Basilicata in cerca delle nostre radici. Finalmente nel 2009 ho deciso di intraprendere le necessarie ricerche per poter realizzare il nostro sognato viaggio. Fra i vari tentativi di trovare ulteriori informazioni sui nostri antenati, ho scritto un messaggio sul sito del comune di Accettura: «Sto cercando possibili parenti in Basilicata…».
Fortunatamente queste parole verranno lette da un certo Angelo Labbate, che infatti diventerà il nostro angelo, agevolando le nostre ricerche e fornendo dettagli e informazioni inaspettati e commoventi. Appena arrivati in Basilicata, dopo essere atterrati a Bari, la salita per raggiungere Accettura mi sprona a immaginare com’era difficile spostarsi cento anni fa. Cercavo di immaginare la forza che ci voleva per superare gli ostacoli fisici, psicologici e finanziari avviandosi verso un futuro del tutto nuovo e incerto.
Percorrendo le stradine che portano a Stigliano, Pietrapertosa, Cirigliano e altri paesini ci meravigliamo della bellezza naturale; ci fanno impressione gli stupendi panorami composti da vasti limpidi cieli e sconfinate pendici verdeggianti.
È stato bello vedere la casa Romano in Vico 1º Casalnuovo e parlare con un anziano signore, Domenico Scavetta, che conosceva la zia Teresa, soprannominata ’Santandrea’. Così, dopo aver sentito parlare della bella Teresa dagli occhi blu, abbiamo potuto chiarire le circostanze, alquanto tragiche, dell’unica sorella Romano rimasta ad Accettura.
Domenica, 23 maggio, andando verso Potenza per incontrare per la prima volta nostra cugina, Carmela, nipote di Zia Teresa Romano, un vigile ci segnala di tornare indietro. La strada è chiusa per il trasporto del Maggio. Fortunatamente, decidiamo di aspettare finché la processione sarebbe passata. Partecipiamo in pieno all’allegria di questa bellissima tradizione. Incontriamo due calciatori inglesi di Nottingham e ci spiegano il motivo delle camicie inzuppate di vino. Mentre suona una musichetta allegra di fisarmonica, mia cugina, Dianne, fa quattro salti in strada con un cavaliere casuale. Non avremmo mai immaginato un’esperienza del genere!
Passata la sfilata, si riprende la strada per Potenza. Grazie alle agevolazioni di Angelo, riusciamo a conoscere i nostri cugini, Carmela, suo marito Rocco e il loro figlio, Luciano. Mangiando, bevendo e chiacchierando, passiamo una bellissima serata insieme.
Il 27 maggio, ci avviamo per Cirigliano. Arrivati alla Casa Comunale, conosciamo il sindaco, Tommaso Romeo, e gli chiediamo di vedere l’atto di nascita del nonno. Passando in un altro ufficio, un’impiegata, afferra un grosso libro e ci fa vedere una pagina che ci commuove profondamente.: Rocco Ferruzzi, nato 22 marzo 1880, di padre Giuseppe Ferruzzi e madre Antonia Angerame. Finalmente, la conferma del luogo natio di nonno Rocco e i nomi dei bisnonni.
L’Agente della Polizia Municipale di Cirigliano, Enzo Ragone, gentilmente ci accompa fuori e fermandoci davanti al municipio scambiamo due parole. Ci colpisce la simpatia che prova nei nostri riguardi ed esprime il suo grande rispetto per gli emigrati italiani nel mondo. Mi sembra un po’ insolito, ma allo stesso tempo soddisfacente sentire questo legame stabilirsi nell’arco di pochi minuti. Girando i vicoli di Cirigliano, osserviamo qualche anziana seduta al portone di casa e oltre il Palazzo Baronale incontriamo tre vecchietti che camminano a stento con l’aiuto di un bastone. Accanto all’ufficio postale c’è un belvedere spettacolare. Poi, fermandoci in un parco, ci mettiamo a leggere i nomi delle vittime
del primo e secondo “conflitto mondiale”.
Notiamo dei nomi familiari: Filippo Fortuna e Giuseppe Montano. In America, la zia Antonietta, figlia della nonna Isabella Romano, sposò un certo Filippo Fortuna e zia Carmela, sorella di Antonietta, sposò un certo Frank Montano. Saranno parenti? Chissà! Ora imbocchiamo la strada per andare al ristorante del paese, Il Mulino, e ci sembra di essere
in un’altra epoca, più moderna e movimentata. Superiamo la scuola elementare e ci troviamo subito al ristorante. Gustiamo un ottimo pranzo di ravioli ai funghi porcini, radicchio, pomodori e grigliata mista. I nostri palati, abbastanza esigenti e non americanizzati, sono rimasti più che soddisfatti.
Abbiamo gradito le nostre avventure gastronomiche ovunque approfittando dell’opportunità di assaggiare prodotti locali, fra cui fave, cicoria, luganega e, in particolare, i peperoni cruschi. Dopo aver mangiato peperoni cruschi a Potenza, Accettura e Matera, abbiamo potuto finalmente apprezzare l’usanza dei nonni di appendere i cruschi in cantina nella casetta del New Jersey.
Come potrei esprimere in pochi righi la nostra esperienza in Basilicata? Anzitutto, direi che è una zona di straordinaria bellezza, finora sottovalutata, ricca di storia, arte e tradizioni.
Partecipando alla meravigliosa Festa del Maggio ad Accettura e visitando il Tempio di Metaponto, i Sassi e il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata del Palazzo Loffredo a Potenza, abbiamo appena cominciato a capire le proporzioni del ricchissimo patrimonio della regione e ci rendiamo conto che bisogna assolutamente ritornare per continuare le nostre “ricerche” sia culturali sia genealogiche.
Grazie in particolare a Angelo Labbate, Vito Catalano, Giovanni Trigona e la famiglia Stano per la loro amicizia e ospitalità.


[spoiler show=”Pag. 30 – La fiera dei ricordi _ Angelo Labbate” hide=”Pag. 30 – La fiera dei ricordi _ Angelo Labbate“]
Per incentivare la zootecnia e rispondere alle esigenze dei oltre settanta piccoli allevatori, torna la mostra-mercato degli animali da reddito, in programma il primo ottobre. «Non è un’operazione sentimentale – dice l’assessore alle attività produttive Giuliano Labbate – o il tentativo di risuscitare la vecchia fiera di merci e bestiame, una delle più importanti del territorio, che si svolgeva i primi tre giorni di ottobre. La mancaqnza di una campionaria obbligava gli allevatori a svendere i frutti dei loro sacrifici, prodotti di eccellenza, come i circa 2.500 bovini di razza podolica e gli oltre 3.500 capi ovi-caprini, allevati nei profumati pascoli di montagna. Abbiamo riservato un settore della campionaria alle macchine agricole, perché è in atto una ripresa dell’agricoltura. Per l’occasione, per valorizzare la cucina del passato, sarà preparata, per la degustazione, la “pastorale”, un piatto tradizionale dei pastori, carne di pecora o di capra, condita col grasso che si scioglie durante la cottura».
L’appuntamento fieristico risveglia i ricordi e la nostalgia dell’antica fiera, quando il mondo era lontano anche da quì a Matera e i vicini di Pietrapertosa erano percepiti come forestieri. Allora gli acquisti più importanti, il corredo per le figlie, gli attrezzi da lavoro e per la casa, l’asino o il mulo, due lattonzoli da allevare, uno da ammazzare a gennaio e l’altro da vendere per le necessità della famiglia, si facevano alla «fiera nostra».
Il medico del paese manteneva ancora in vita l’istituto della soccida, acquistando un centinaio di maialini, che affidava in coppia ai clienti contadini. Si aspettavano i calderai di Buccino, che si fermavano per qualche giorno. Qualcuno, come zio Vincenzino Branda, sul finire del 1800, si fermò per sempre, sposò una ragazza del posto e diede vita a una delle famiglie più numerose del paese.
Erano attesi anche i fotografi, che allineavano lungo la rotabile le macchine montate sul treppiedi e scattavano la foto ricordo del matrimonio celebrato qualche mese prima e le foto-tessera per il passaporto. Il preferito era il tarantino don Attilio Tagliente, alto e secco, con due baffetti alla Savador Dalì.
Gli sprovveduti speravano che tornassero il napoletano delle tre carte per rifarsi della perdita dell’anno prima e il venditore di sogni, l’uomo della “fortunella” estratta dal pappagallo. Puntualmente arrivava anche lo zingaro, che adescava i creduloni, gridando «La carta bianca è quella che vince».
Racconta Vincenzo Digilio (dello stesso autore vedi racconti a pag. 22)che Zì ‘Ntonio, vizioso di caccia era andato a far la “posta” alla lepre e quando tornò, fucile a spalla e lepre nel carniere, si avvicinò alla folla che faceva capannello intorno allo zingaro, che muovendo tre dischetti su un tavolino,urlava: «La carta bianca è quella che vince. Uno, due, tre. Puntate!». Disponeva i tre dischetti sul trespolo con il panno verde, i suoi complici puntavano sul dischetto privo di carta bianca e perdevano. «Che ciuti», pensava zì ‘Ntonio. Egli aveva capito il gioco. Puntò e perse. Giocò di nuovo e vinse. Un alternarsi di grosse perdite e piccole vincite. Perse la testa e mise sul dischetto il portafogli con tutto il contenuto. Naturalmente, perse. Allora, zì ‘Ntonio non ci vide più. Imbracciò il fucile e lo puntò contro lo zingaro, reclamando la restituzione di tutto il denaro scommesso e perduto. La periferia del paese brulicava di greggi, di mandrie, di mercanti baresi e napoletani, che vantavano le loro merci, e di zingari che miracolosamente trasformavano un malandato ronzino in un irrequieto puledro.
Per i forestieri, i più intraprendenti allestivano punti di ristoro. Ci provò anche zì Tore. Menu fisso: pastorale e primitivo di Sava, roba da 15 gradi. Il primo cliente, di buon mattino, fu Zì Peppe, devoto di Bacco. Tracannò un quartino e sprofondò in un sonno, dal quale si riprese il pomeriggio, dimenticandosi di pagare. Per zì Tore cominciò male e finì peggio. A conti fatti, ci rimise qualche migliaio di lire.La nuova economia e la globalizzazione hanno cancellato i colori e gli odori di un passato senza ritorno. Oggi, anche la Cina è vicina ad Accettura.
[spoiler show=”Pag. 24 – Ricordi e fatterelli del paese della mia giovinezza _ Vincenzo Digilio” hide=”Pag. 24 – Ricordi e fatterelli del paese della mia giovinezza _ Vincenzo Digilio“]
Pittore, scrittore e uomo di scuola, Vincenzo Digilio è nato ad Accettura al Borghetto, l’attuale via Marconi, il 14.09.1903, da Girolamo, sarto, e da Domenica Ferri, casalinga. Nel corso di una vita lunga e laboriosa ha prodotto un imponente numero di opere pittoriche, ha pubblicato diversi libri di vario soggetto, ha collaborato per oltre trent’anni (1940-1976) con scritti e riproduzioni di suoi paesaggi romani alla prestigiosa “Strenna dei Romanisti”, di cui è stato uno dei fondatori; ha collaborato inoltre a numerose riviste di pedagogia e a quotidiani. Sue opere fanno parte, oltre che di numerose collezioni private, delle collezioni della Presidenza della Repubblica, della Presidenza del Consiglio, del Ministero della Pubblica Istruzione, di Comuni, dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma (Facoltà di Magistero), dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Ha pubblicato volumi di poesie, di fiabe e narrativa per l’infanzia, di scritti dedicati ai problemi dell’educazione dei fanciulli all’arte: Storie divertenti (Fiabe lucane), Ed. Giglio, Roma 1949; Scrittori e libri per fanciulli, Ed, La Bodoniana, Palermo 1953; L’arte figurativa nella scuola elementare, Ed. F. Le Monnier, Firenze 1959; Avevo due cervelli?, Ed. Fratelli Palombi, Roma 1959; Otto poesie del mio diario in versi, Tip. Rotatori, Roma 1982. Ha collaborato a Il Giornale d’Italia, Lazio ieri e oggi, Riforma della Scuola, L’Educazione Nazionale, I diritti della Scuola, I Problemi della Scuola, Corriere delle Maestre, La Scuola, Puer, Indice d’oro, Scuola di base, Tecnica e Didattica. Ha tradotto, per le Edizioni Il Cisalpino, Le Confessioni di G. G. Rousseau. Per i suoi meriti di educatore gli è stata conferita la Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e la Medaglia d’oro della Croce Rossa Italiana. Si è spento a Roma il 28.10.1988. (red.)
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I festeggiamenti del Santo protettore Sapevamo che i calendari fissavano, per il mese di gennaio, le feste in onore del Santo protettore; ma sapevamo anche che i veri e grandiosi festeggiamenti Gli venivano tributati a maggio. Sapevamo pure che per tre giorni si godeva ogni spasso, e a noi ragazzi erano riservate tutte le baldorie. V’era solo l’inconveniente dei compari, che accorrevano dai paesi vicini; ma vi erano, ad accarezzare i nostri orecchi, ben due bande musicali e il drappello dei cosdidetti “scassa-tamburi”, questi allietandoci nelle strade, quelle alternandosi nell’esecuzione delle opere liriche, dentro l’apposito palco di legno, ove non occorreva il ragazzino (io fui onorato di tanto) che reggesse il libretto e la carta pentagrammata.
La sera, oltre le audizioni, di cui si è detto, ti toccavano gli odorosi “gnumaridde”, che, se volevi, potevi mangiare, mentre ascoltavi. Al centro di tali festeggiamenti, quando, cioè, passava la processione con la statua del Santo, seguita dalle arpe e dai violini, in piena attività, la Mamma scolava la pasta, ché, quelli, erano giorni di maccheroni e carne. Mi scordavo del “maggio”, detto, altrove, “albero della cuccagna”. Sì, ha qualcosa di simile, ma quello mio era molto più alto; tanto è vero che gli accettaiuoli andavano la domenica prima della ricorrenza a scegliere, nel bosco, il cerro più elevato, a cui, liberato dai rami, innestavano un altro, detto “cima”, ricco di verdi foglie.
Quello che avveniva in quelle domeniche mi fu raccontato, ché i Genitori non mi mandavano, così piccolo, nell’immenso bosco, ove, mentre tutt’intorno era primavera e gli adulti erano intenti a preparare il “maggio”, di tanto in tanto le forosette ti mettevano sotto gli occhi le ceste piene di grossi pezzi di formaggio e di taralli, che distribuivano, per devozione, a tutti, e ti facevano bere alle pingui “fiasche”. Al bosco non m’hanno mandato; ma ho visto come quegli alberoni, che poi tiravano su con gli argani, venivano trascinati dai bovi, con le corna tra i profumati fiori dell’acacia; ed era una bellezza vedere come uomini e bestie si prodigavano per fa muovere, negli angusti e tortuosi sentieri, quei dritti scorticati grossi tronchi: uno spettacolo, che fece esclamare a Ciccio, di me più grandicello ed erudito: «È una festa greca!». Nel pomeriggio del giorno centro dei festeggiamenti, ognuno, purché avesse compiuto sedici anni, anche senza porto d’armi, poteva tirare al “maggio” o “albero della cuccagna” che dir si voglia, e buscarsi il suo bravo capretto, o la sua brava forma di formaggio, o la stecca di baccalà. Tutto veniva coronato dai fuochi d’artificio, che ti facevano vedere nel cielo tante stelline colorate e il frequente cannoneggiare, specie dei colpi finali, che davvero insordivano. E il giorno dopo, potevi cantare, coi compagnucci: «Paga, paga, procuratore / ca la festa j’è fernuta».
Lo stroncone Pochi sapranno, adesso, che cosa è uno stroncone.Conoscevo la sega del falegname, il seghetto del potatore, quella a sciabola; lo stroncone, no. Immaginate una lama d’acciaio, dentellata, larga circa quindici centimetri e lunga tre metri. Lunghissima, ché mio padre stentò a sistemarla sul basto della bestia. Aveva, lo stroncone, due manole, una per capo; e non bastava, perciò, una sola persona a farlo andare; ragion per cui dovetti tirare anch’io. Del resto, quasi a compensarmi, le tavole del noce dovevano servire per il mio letto matrimoniale, essendo io il primo figlio. Ci alzammo, come al solito, prima dell’alba, e partimmo per S. Giovanni.
I passoni erano già accatastati, ora bisognava stroncare. Le tavole le avrebbe allestite il falegname. Stroncare, mi spiegò mio Padre, era semplice: si dovevano portare i pugni al petto, e lo stroncone sarebbe venuto con loro. Ma bisognava ripetere questo tira e molla, per cento, per mille volte. Alla fine, ero stanco; mio Padre se ne accorse e mi condusse alla frittata con la cipolla.
Non ero nuovo a simili fatiche; ma quella frittata, consumata sul declivio di quel monte, quando il sole primaverile aveva già percorso un terzo del cielo, mi fu tanto dolce e gustosa.
Se mast’Inguinguere mi muore Quando uno agiva prima del tempo, come noi diciamo: ci si fascia il capo, prima di rompercelo, così gli accetturesi raccontavano il fatto di mast’Inguinguere. Si diceva, dunque, che un tale, dovendo chiedere la mano di una ragazza, si recasse nella di lei casa e, poiché si era sull’imbrunire e la cena era prossima, il futuro ipotetico suocero disse alla futura ipotetica sposa: Vai a cacciar da bere. Lei andò nel tinello e, mentre il vino dalla botte scendeva nel “rezzulo”, mormorava: Adesso mi fidanzo, poi mi sposo; poco dopo mi nasce un figlio, che chiamo mast’inguinguere.
E se mast’Inguinguere me more ? E cominciò a piangere. –Oh, mast’Inguinguere, oh, mast’Inguinguere. Intanto il vino, riempito il recipiente, fuoriusciva. Il padre, vedendo che la figlia tardava, scese anche lui, e la trovò col capo fra le mani, che piangeva. Gliene disse la ragione e anche lui scoppiò a piangere. –Oh, mast’Inguinguere, oh, mast’Inguinguere. Lo stesso fece la madre dell’ambita. Intanto il vino scorreva e scorreva. Il candidato alle nozze, impensierito, andò giù anche lui, per renderdi conto della causa di sì gran ritardo, e li vide, in un mare di vino, piangere tutt’e tre, reggendosi il capo. Atterrito, domandò: Che cosa è successo ? Uno dei tre gli fece conoscere la ragione dei loro pianti; e lui, comprendendo che aveva a che fare con una famiglia di stupidi, non chiese più nulla.
[spoiler show=”Pag. 9 – Un’accetturese in prima linea nella lotta alla leucemia _ Angelo Labbate” hide=”Pag. 9 – Un’accetturese in prima linea nella lotta alla leucemia _ Angelo Labbate“]
Chiamarsi Marzia e dichiarare guerra alla leucemia, è un segno del destino. Nome omen, come dicevano i latini, un nome un destino. Ne è convinto il suo maestro, il professor Franco Lauria, anch’egli lucano di Salandra, ematologo e direttore del dipartimento di ematologia e trapianti dell’università di Siena. «La dottoressa Defina è un fulgido esempio delle capacità dei lucani. Poche chiacchiere e tanto lavoro. Ha relazionato a Barcellona, in occasione del Congresso della Società Europea di Ematologia, sul ruolo terapeutico di un vaccino nella leucemia mieloide cronica. Attualmente sta facendo un dottorato di ricerca a Siena e spero che quanto prima possa andare all’estero per occuparsi di cellule staminali leucemiche».
Marzia Defina, una bella ragazza mare-monti, (il padre, Rocco, è di Accettura, mentre la madre, Grazia, è di Montalbano Jonico), dopo aver conseguito brillantemente la laurea in medicina nell’ateneo senese, si è specializzata in ematologia. Per naturale ritrosia, Marzia è restìa a parlare di sé, del suo lavoro e dei progetti per il futuro. Sollecitata, in maniera telegrafica, racconta che è impegnata nel Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena nella cura di leucemie acute, sindromi mieloproliferative croniche e sindromi mielodisplastiche. Fa parte, inoltre, del gruppo di lavoro che sperimenta il ruolo di un vaccino nella terapia della leucemia mieloide cronica, un tumore maligno caratterizzato da un aumento del numero dei globuli bianchi nel sangue periferico, nella milza, nel midollo e in altri organi e tessuti. Il vaccino “miracoloso” è il peptidico, composto da piccole cellule, chiamate peptici, che riconoscono le cellule leucemiche e le eliminano.
I risultati raggiunti sono incoraggianti. Costituiscono un grande passo in avanti nella lotta a una malattia fino ad ora guaribile solo con il trapianto di cellule staminali emopoietiche. Una procedura che comportava molti rischi ed era praticabile solamente su pochi pazienti.
[spoiler show=”Pag. 27 – Stato civile e anagrafe _ a cura di Aldo Nota” hide=”Pag. 27 – Stato civile e anagrafe _ a cura di Aldo Nota“]
[spoiler show=”Pag.36 – CONTI DELLA FESTA DI S.GIULIANO Dell’introito per la festa del centenario 8 giugno 1897” hide=”Pag.36 – CONTI DELLA FESTA DI S.GIULIANO Dell’introito per la festa del centenario 8 giugno 1897“]



[spoiler show=”Pag. 32 – Podolica lucana. Che cosa vuoi di più? _ Giuliano Labbate” hide=”Pag. 32 – Podolica lucana. Che cosa vuoi di più? _ Giuliano Labbate“]
La razza Podolica origina dal Bos Primigenius Podolicus, un bovino di grande mole e dalle corna lunghe che si suppone sia stato addomesticato in Medio Oriente nel IV millennio a. C. Sulla provenienza del bovino Podolico esistono due teorie: secondo una di queste la Podolica deriva da bestiame venuto in Italia nel 452 d. C. al seguito degli Unni, provenienti dalla Mongolia e poi passati attraverso le steppe ucraine della regione Podolia, che possono essere considerate la vera culla della razza.
Secondo un’altra teoria, sin dal I secolo a. C. sarebbero stati presenti bovini a corna lunghe provenienti da Creta, dove già in epoca minoica esisteva il bovino macrocero identificabile con il Bos primigenius. Diffusa nell’Italia Meridionale, la razza Podolica ha caratteristiche di grande robustezza e rusticità. La consistenza dei capi si attesta intorno ai 100mila, dei quali circa 25mila iscritti al Libro genealogico nazionale dell’Anabic (Associazione nazionale bovini da carne), di questi ultimi circa il 70% è presente in Basilicata.
La razza Podolica oggi è diffusa prevalentemente nelle aree interne delle regioni dell’Italia meridionale peninsulare: Basilicata, Campania, Calabria, Puglia e Molise. Caratteristica peculiare di questo bovino è l’eccezionale potere di adattamento ad ambienti particolarmente difficili, nonché la straordinaria capacità di utilizzare risorse alimentari che non potrebbero essere sfruttate diversamente. Questo bestiame, infatti, riesce a valorizzare pascoli cespugliati, stoppie, macchie, utilizzando le foglie di essenze arbustive, i ricacci di quelle arboree, la produzione erbacea del sottobosco.
Tralasciata attualmente la sua attitudine al lavoro, la razza Podolica viene utilizzata per il latte e la carne. Produce un latte molto ricco di grasso, con cui si ottiene il Caciocavallo podolico, principe dei formaggi a pasta filata. La carne, saporita, presenta un contenuto di lipidi (grassi ) e colesterolo leggermente inferiore, ma è il pascolo che apporta un elevata quantità di Acido Linoleico Coniugato (CLA) che è una delle qualità salutistiche più importanti della carne podolica.
I dati forniti dalle Associazioni Provinciali Allevatori (APA) di Potenza e Matera riportano che in Basilicata vi sono 316 allevamenti di Podolica iscritti al Libro Genealogico Nazionale per un totale di 17.290 capi di bestiame. Gli allevamenti in provincia di Potenza risultano 254 con complessivi 13.833 capi di bestiame, mentre in provincia di Matera sono attivi 62 allevamenti per un totale di 3.457 animali.
Le zone dove vi è maggiore presenza sono: Abriola, Calvello, Albano di Lucania, il Volturino, l’Area di Gallipoli Cognato, il Vulture, i Monti Sirino e Raparo e il Pollino. Ad Accettura vengono allevati circa 2.000 capi, dato che negli ultimi 10 anni non sembra aver subito modificazioni significative, malgrado il settore zootecnico stia attraversando una profonda crisi di carattere nazionale, prima ancora che locale. I motivi della crisi sono diversi, molti dei quali legati essenzialmente ad una grave carenza strutturale delle aziende presenti sul nostro territorio, alla inadeguatezza delle strade di comunicazione, alla mancanza di estensioni di terreno pianeggiante dovuta alla configurazione naturale orografica e all’antropizzazione spinta del territorio, alla chiusura dei mattatoi anche nei comuni limitrofi, ad uno scarso turn-over nella gestione aziendale familiare, all’importazione di carne dall’estero e, non ultimo, ad un drastico crollo dei prezzi di mercato.
Sarebbe necessaria, per poter far crescere la zootecnia locale, anche e soprattutto una maggiore attenzione delle Istituzioni preposte verso l’entroterra e la collina materana per poterne rilanciare l’economia, l’occupazione, oltre che contribuire alla conservazione del patrimonio agrosilvo-pastorale.
La Regione negli ultimi anni ha messo in campo una serie di iniziative, tra cui forse la più importante riguarda i fondi PIF (prodotti integrati di filiera), 140 milioni di euro, che dovrebbero consentire di integrare verticalmente gli operatori delle varie filiere zootecniche e no, incentivando la creazione di prodotti d’eccellenza e contribuendo a integrare gli allevatori con gli altri soggetti che operano sul territorio lucano, tutto ciò favorendo la creazione di infrastrutture logistiche e lo sviluppo di attività di ricerca, promozione e marketing. Tuttavia, i requisiti quali il benessere animale, la condizionalità, le necessarie tecnologie aziendali, il business plan, fanno sì che le aziende locali non abbiano le caratteristiche per accedere a questi fondi che inevitabilmente finiscono nelle casse di aziende già floride presenti nell’area del Marmo Platano e del Metapontino.
Allora quali iniziative mettere in campo per rilanciarne il settore? L’Amministrazione comunale è riuscita a riproporre, dopo anni di sospensione, la tradizionale fiera degli animali da reddito che storicamente si teneva il I° ottobre e che quest’anno ha fatto registrare un buon numero di presenze sia di espositori che di visitatori. La fiera potrebbe essere un buon volano per rilanciare il comparto zootecnico, ma ha bisogno di essere inserita in un contesto più ampio, che possa coinvolgere non solo i paesi limitrofi, ma quelle intere aree della Puglia e della Calabria laddove l’allevamento podolico fa registrare una buona consistenza di capi allevati.
Altra iniziativa posta in essere dall’Amministrazione comunale è stata la partecipazione al progetto “Terre d’Italia a confronto”, tenutasi a Monsummano Terme ai primi di luglio, che ha visto protagonisti sapori, profumi e tradizioni gastronomiche del nostro paese e che ha rappresentato un’ottima occasione per i nostri produttori di uscire dai ristretti orizzonti locali e di proporre all’attenzione degli operatori commerciali toscani i nostri prodotti di derivazione zootecnica.
Tuttavia, la partecipazione al suddetto progetto, ha evidenziato il grosso limite delle nostre produzioni tipiche, cioè la carenza quantitativa dei prodotti che in nessun caso potrebbero far fronte alle eventuali richieste di un più ampio mercato che vada al di là del semplice mercato di nicchia. Per superare tali limiti sarebbe opportuno e necessario promuovere l’associazionismo tra i produttori locali in modo da poter accrescere la massa critica delle produzioni offrendo l’opportunità alle aziende di affermarsi sui mercati italiani.
In conclusione, bisognerebbe rivolgere maggior attenzione ad una razza nobile decaduta, la Podolica, che oltre ad avere una forte identità in Basilicata, sta diventando un simbolo per il territorio lucano e che necessita di ulteriore lavoro di valorizzazione e di tutela delle tipicità per l’intero comparto agricolo e zootecnico che, seppur in difficoltà, sta cercando di individuare un momento di svolta puntando sulla qualità e sulla salubrità dei prodotti.
Lavorare sulla valorizzazione di tale razza potrebbe rappresentare un motivo di permanenza degli allevatori nelle aree marginali; essi sono stati e, si spera, continueranno ad essere un elemento di tutela e valorizzazione per l’intera comunità lucana attraverso la permanenza in luoghi dalla elevata valenza naturalistica e attraverso il ruolo di tutori del territorio in cui vivono.
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All ’origine del fenomeno Daklen c’è il felice incontro tra una naturale predisposizione alla musica e una solida tradizione familiare. Il nonno paterno, Antonio Difato, già da adolescente divide i suoi interessi tra la bottega di falegname e la scuola serale di musica. Tra le due passioni prevale il mal di pentagramma.
Con grandi sacrifici si diploma in trombone al conservatorio Duni di Matera e si dedica all’insegnamento nella scuola media inferiore. Riorganizza e dirige la gloriosa banda di San Mauro Forte, ereditando la bacchetta del maestro Calbi. Contagia l’intera famiglia. Non c’è figlio che non suoni uno strumento. Daniele, papà di Daklen, è un apprezzato trombettista e maestro delle bande di Accettura e Garaguso. Mariella, percusssionista, è laureata in paleografia musicale e ha pubblicato un’interessante storia del concerto bandistico sammaurese.
La passione per la musica è trasmessa anche a nonna Beniamina, suonatrice di clarinetto. Dalla scuola di maestro Antonio escono centinaia di allievi, fra i quali Giuseppe Mega, direttore d’orchestra e collaboratore del teatro musicale del Maggio fiorentino. Ma l’enfant prodige è il nipotino Daklen. È papà Daniele a intuire le straordinarie qualità del piccolo Daklen, che a orecchio esegue al piano le musiche di Morricone. Lo affida al pianista Vincenzo De Filpo, di cui diventa l’allievo prediletto. A otto anni ha sbalordino mezza Italia e non solo, dopo la partecipazione a Festa Italiana, la popolare trasmissione di Rai Uno, condotta da Caterina Balivo. Un grande successo per il piccolo Daklen, che al piano esegue con virtuosismo il preludio in do minore di Johann Sebastian Bach e la tarantella di Sergei Prokofiev.
Successivamente Pippo Baudo lo ospita a Domenica In …7 giorni. Dopo la partecipazione alla selezione del progetto “Conservatori in Concerto”, suona alla Radio Vaticana. Le apparizioni televisive ormai non si contano più. È ospite del programma Le Amiche del Sabato, in diretta su Rai Uno; delle rubriche Buongiorno regione dei TG3 di Puglia e di Basilicata; della trasmissione di Canale 5 Pomeriggio Cinque. La fama di Daklen vola oltre oceano. L’Ambasciatore italiano negli Stati Uniti, a marzo 2009, lo invita a tenere un concerto a Washington, nella sede dell’ambasciata, in rappresentanza della cultura italiana, in occasione della Festa Nazionale del 2 giugno.
Il successo mondano non ha montato la testa a Daklen; né l’amore per la musica lo distolgono dal gioco, dallo sport e dallo studio. Intervistato da Leo Gullotta, nel corso di Festa Italiana, sui progetti per il futuro, il baby musicista risponde che vuol fare il mestiere di Piero Angela. «Che è un cultore del jazz e un bravissimo suonatore di pianoforte», commenta il popolare attore siciliano.



